I pharmacoi, quelli buoni…

Bene, riprendiamo da dove eravamo rimasti. Dai farmaci!

Nell’accezione classica, il termine pharmakon assume un doppio significato. Se aveste letto gli scorsi articoli, sapreste di certo che il termine in questione è una vox media. Siccome sono una brava donna (o uomo, chi lo sa…), vi rinfresco la memoria: una vox media può esplicare un significato, e il suo contrario, in base al contesto in cui viene citato. Così, un pharmakon può essere sia medicina che veleno mortale. Bello, vero? Nel racconto breve di nostra produzione Il quinto assenzio, il protagonista Giovanni si trova dinanzi un bicchiere del suddetto alcolico che svolge il ruolo di pharmakon. L’esito della bevuta dipenderà esclusivamente dal volere delle divinità: potrebbe imprigionarlo per sempre nella dimensione alternativa, oppure concedergli una seconda opportunità.

Se però anziché pharmak-on scriviamo pharmac-os, tutto cambia. Eh si, perché da neutro diventa maschile. Dovete sapere che nella grammatica greca antica i generi sono tre, non due. Anziché solo maschile e femminile, abbiamo neutro, maschile e femminile. Spesso i termini neutri finiscono con –on, mentre i maschili con –os. Chiedo venia ai classicisti per una spiegazione tanto breve quanto semplicistica, spero mi perdonerete, ma non posso fare il/la pignolo/a. Non qui. Volete ripetizioni? PAGATEMI. Ora, tornando a noi…nel caso in cui il termine sia di genere maschile, si è soliti riferirsi ad una persona. Il significato, però, rimane lo stesso…

A questo proposito, vorrei raccontarvi una storiella interessante. Poniamo che vogliate liberare la vostra beneamata cittadina dal peso dei peccati dei cittadini. Quale sarebbe la vostra idea? Ebbene, quei bricconi degli ateniesi ricorrevano al pharmakos (al plurale, pharmakoi). Esatto, alla persona. In che modo? Beh, dunque…due uomini, solitamente condannati a morte, assumevano il ruolo di pharmacoi. Venivano prima ben nutriti, poi insultati, picchiati ed uccisi. I più fortunati riuscivano ad allontanarsi in fin di vita dalla città. Banditi per sempre. La morte di due, in cambio del perdono di mille. Il giusto prezzo per espiare i peccati di ogni cittadino.

Il rito catartico appena descritto prende il nome di Targelie, il 24 e 25 Maggio, in onore del dio olimpico Apollo. Nel caso aveste un vicino rompiscatole, o semplicemente una suocera poco simpatica, potreste proporre loro di interpretare il ruolo di pharmakoi in improvvisando Targelie home-made. Ovviamente scherzo…sai che fatica, poi, lavare il sangue dal pavimento!

PS. ti è piaciuto questo articolo? Bene, abbiamo una sezione dedicata all’epos, e alle tematiche che dominano il mito e la tragedia. Dai un’occhiata qui, se hai tempo! (da perdere, ovviamente).

Tragodia

Fato e Moire

Sei un uomo? Ok, il tuo destino è già stato scritto. Cosa, ho sentito male? Non sei un uomo, bensì una divinità? Beh, non preoccuparti…la situazione non cambia. Il fato rappresenta il filo conduttore che accomuna dei e uomini, superiore sia agli uni che agli altri. Dico “filo” non a caso. Le moire (o moirai alla greca) sono la personificazione del destino. Iniziamo con qualche informazione anagrafica. Tre in tutto, figlie di Zeus e di Temi (che, ricordiamolo, ha dato i natali anche alla dea Dike), danno una mano alla madre tessendo immense tele, delle quali ogni filo rappresenta un singolo destino. In questo modo, ogni eroe o divinità possiede un filamento, tagliato al momento della morte. Essendo custodi dei destini universali, nessuno può influire sul loro operato. Nemmeno l’onnipotente Zeus. Ah, dimenticavo i nomi: Cloto, Lachesi e Atropo. Spesso raffigurate nell’iconografia classica come esseri antichi, segnati dall’età. In parole povere, tre vecchie storpie che però non dobbiamo far incazzare.

Riprendiamo ora la parte conclusiva dell’articolo precedente, sulla Dike. I predecessori di Zeus, cercando di sovvertire l’equilibrio omeostatico dell’universo, sono stati spodestati. Ebbene, con l’articolo presente aggiungeremo un tassello utile a comprendere maggiormente l’andamento dell’epos. È inutile cercare di mangiare i propri figli, se ti hanno detto che il tuo destino sarà quello di essere spodestato (ogni riferimento è puramente casuale, NON INTENDO ASSOLUTAMENTE CITARE CRONO). Senza voler togliere nulla a Zeus, risulta più semplice vincere le battaglie o eliminare, diciamo, un esercito di giganti, titani e altre divinità se si è destinati a farlo.

Secondo i greci, quindi, tutto ciò che deve ancora accadere in realtà è già stato scritto. Questo, se da un lato potrebbe risultare molto comodo per spiegare eventuali sconfitte, dall’altro rende totalmente inutile ogni sforzo dei protagonisti dell’epos. Così come Ulisse è destinato a tornare in patria sano e salvo,  Orfeo sarà costretto a guardare dietro di sè la bella Euridice, appena prima di uscire dall’Ade. Una verità amara che però viene addolcita da una consolante consapevolezza: diversamente non sarebbe potuto andare.

 

Tragodia

Dike

Ah, la giustizia. Cara, buona, vecchia, giustizia. Gli articoli su Hybris e Nemesis potrebbero aver fuorviato i lettori nel comprendere l’universo greco. Gli dei hanno molte liberta. Possono peccare e farla franca. Tuttavia, esistono alcuni limiti che nemmeno a loro è concesso superare…

Il mito descrive Dike come figlia di Zeus e Temi, personificazione della giustizia tra gli uomini, nemica dei giudizi corrotti. Sottolineo, nel rapporto uomo-uomo. Nel rapporto dei-uomini (o anche tra gli dei) la divinità regina è Temi (appunto, la madre di Dike). Viene definita come la protettrice dell’ordine naturale degli eventi. Una sorta di supervisore dell’omeostasi dell’universo. Dirige il destino dell’universo (uomini compresi, dato che Temi è anche madre delle Moire). Zeus è marito di Temi, è lui che incarica la dea di presiedere le assemblee divine. In realtà, il rapporto tra i due non è così impari come può sembrare. Nonostante il nostro instancabile sessodipendente Zeus tradisca Temi, e veda altre donne (alcune se le sposa pure, viva la poligamia), lei mantiene buoni rapporti con le altre divinità, rivali in amore comprese. Per forza, deve mantenere l’ordine dell’universo. Anche a Zeus, però, non è concesso oltrepassare un certo limite. Un capo, per la sua posizione, è tanto forte quanto vulnerabile.

Zeus deve costantemente guardarsi le spalle. Kratos e Bia alla destra e alla sua sinistra potrebbero non bastare. Tanto per cambiare, andiamo con ordine. Come ben sappiamo (anche se non lo sappiamo è lo stesso), in principio fu il caos. In seguito Gea (madre terra) e Urano (il cielo), nati dal caos, in un rapporto sessuale lungo millenni ebbero figli a volontà (Urano era completamente disteso su Gea, cosicchè il suo membro fosse sempre pronto all’azione). Ad un certo punto Gea, stufa di procreare, decide di ordinare a uno dei suoi figli di tagliare il membro del padre. Ahi ahi ahi, povero Urano. Il prescelto per questa missione senza precedenti è Crono. E via, membro tagliato. Gea smette di procreare, Urano per il dolore (immenso, incurabile dolore) si ritira più in alto possibile. In questo modo, viene a crearsi uno spazio tra cielo e terra, e nasce il tempo come lo intendiamo noi oggi. Crono, che non ha imparato nulla da tutto ciò, decide di fare più o meno lo stesso con Rea, sua moglie. Avendo appreso poi dai genitori che uno dei suoi figli lo spodesterà dal posto di capo dell’universo, decide di ingoiare i bimbi, appena nati. Sarà Rea a salvare il suo ultimogenito, Zeus, e a portarlo in salvo. Una volta cresciuto, egli darà vita al conflitto tra titani e dei olimpici. Poi, sappiamo tutti com’è andata a finire. Quello che ci interessa, qui, è lo schema utilizzato dall’epos. Per due volte, il figlio spodesta il padre che cerca invano di combattere un destino inevitabile. Come i predecessori, Zeus cerca in tutti i modi di mantenere il suo status divino. Anche lui, però, potrebbe cadere da un momento all’altro. Uno dei motivi probabili potrebbe tranquillamente essere una violazione del principio omeostatico dell’universo, o un esagerato accentramento di potere. Avanti, siamo sinceri…dopo le innumerevoli scappatelle alle spalle delle mogli, Zeus si meriterebbe come minimo la fine di Urano. A voi dispiacerebbe? A me, francamente, no.

Tragodia

Si scrive tragedia, si legge universo – parte 2

Negli articoli precedenti sono stati messi in evidenza due concetti chiave, Hybris e Nemesis, ricorrenti sia nell’epos che nella tragedia greca. Come si era detto nella prima parte dell’articolo, il mito rappresenta un immenso oceano di concetti. Sulla superficie è possibile distinguere chiaramente Hybris e Nemesis. Andando più a fondo, appaiono Dike, il nostos, il farmakon e il fato (con tanto di Moire e oracoli). Come detto in precedenza, qui daremo una spiegazione veloce, con annessi approfondimenti per i secchioni (basta cliccare sul titolo dei paragrafi e, se disponibile, verrete indirizzati all’articolo di approfondimento.

Dike

Dike, propriamente tradotto in italiano come giustizia. Nel mito, Dike è figlia di Zeus e Temi, altra figura importante per comprendere il concetto di giustizia. La dea Dike è una vendicatrice, un’esecutrice di vendette divine. Ella deve preservare l’equilibrio che c’è nel mondo, inteso come una sorta di omeostasi. Nella tragedia, legate alla figura di Dike sono le Erinni o Eumenidi, le divinità della vendetta. Esse possono colpire sia uomini che dei. L’equilibrio del mondo non va in alcun modo alterato.

Nostos

Nostos significa ritorno. Nel mito, esempi illuminanti di nostoi (plurale di nostos, traslitterato alla greca) sono il ritorno degli eroi in patria dopo la guerra di troia. Il significato del nostos è profondo. Rappresenta il ricongiungimento con i propri cari, la fine dell’esilio volontario conseguente alla guerra, ma anche lo sviluppo psicologico degli eroi maturato durante il conflitto.

Pharmakon, Pharmakos

Sapete cos’è una vox media? No? Accidenti, devo sempre spiegarvi tutto! L’espressione vox media si riferisce a determinate parole il quale significato principale è a “metà” tra due completamente opposti. In parole povere, una vox media assume il significato in base al contesto. Come avrete intuito (bravissimi, fiero di voi), Pharmakon, o farmaco, può significare sia veleno mortale che medicina in grado di guarire ogni male.

Fato e Moire

Fato, destino, chiamatelo come volete. Ogni vicenda è già stata scritta, non ci sono santi che tengano. Nei poemi omerici, ogni eroe ha un destino ben delineato, che dovrà seguire. Nell’iliade i fati degli eroi vengono indicati come Moirai, ovvero come destini ineluttabili. Persino la volontà degli dei non può nulla contro il fato, superiore anche a quell’intelligentone di Zeus. Nella tragedia, le Moirai trovano la loro personificazione in tre simpatiche vecchiette che tessono il destino dell’universo. Un filo per ogni essere vivente. Il vicino che vive di sopra ti sta sulle palle perchè ogni domenica mattina sguinzaglia il cane che corre per una bella mezz’ora per l’appartamento, simulando un terremoto? Vai a cercare le moire, cerca il filo con il suo nome e taglialo! Cosa aspetti?

 

Hybris

Come brevemente accennato nell’articolo principale, il termine indica la superbia, la tracotanza di esseri mortali o divinità minori nei confronti degli dei olimpici. Secondo gli antichi greci, la grandezza dell’eroe sta nella consapevolezza dei propri limiti mortali. La pena? Un’eternità ricca di stenti. In questo approfondimento, però, ci soffermeremo sui singoli peccati di Hybris, non sulle conseguenze. Esse verranno trattate nel secondo approfondimento, relativo alla Nemesis.

Ulisse sull’isola del ciclope

L’eroe Omerico Ulisse (propriamente detto Odisseo) arriva sull’isola del ciclope Polifemo, che per dargli il benvenuto lo intrappola nella sua caverna e inizia ad uccidere i suoi compagni, per mangiarli esclusivamente crudi. Allora Ulisse ricorre ad uno dei suoi tratti distintivi: la Metis, l’intelligenza dedita all’inganno. In un primo tempo si presenta con il nome di “Nessuno”. Quando poi capisce che al ciclope non dispiace alzare il gomito, offre in dono un vino squisito, ottenuto da avventure precedenti. Polifemo mangia un altro paio di compagni di Ulisse, poi beve tutto il vino e si addormenta. Nel mentre, l’eroe di Itaca fa preparare due enormi pali di legno e acceca il ciclope nel sonno. Quando questi si sveglierà, aprirà la caverna incapace di vedere, permettendo all’eroe di Itaca e ai suoi compagni di fuggire. Ora, la situazione risulta complicata per il ciclope, che si rivolge al padre Poseidone dicendo: “Nessuno mi ha accecato”. Una bella genialata, quella dell’eroe greco. Prima di salpare, però, Ulisse compie il gesto che segnerà per sempre la sua sorte. Gonfio di superbia, rivela a Polifemo la sua vera identità. Con tanto di nome suo, di suo padre, epiteto e indirizzo (non è uno scherzo, andatevi a leggere il passo originale dell’odissea). Questo è il peccato di Hybris più grave, che assieme all’aver accecato il ciclope, rappresenterebbe una condanna alla sofferenza eterna. Non per Ulisse. Perché è un raccomandato, spondato da una certa Atena. E dici poco.

Prometeo, tra umano e divino

La storia di Prometeo è differente. Egli è un Titano, e per certi versi è accumunato alla figura di Ulisse per un tratto distintivo…indovinate un po’? Esatto, la metis! Anch’egli ricorre all’inganno, nel suo intento per avvantaggiare l’umanità. Prometeo viene incaricato durante un banchetto di dividere un bue in due parti. Successivamente, Zeus avrebbe dovuto sceglierne una, lasciando l’altra agli uomini. In questo modo sarebbe stato decretato quale parte della bestia gli uomini avrebbero dovuto sacrificare agli dei, e di quale invece avrebbero potuto usufruire. Per l’eternità. Quell’instancabile burlone di Prometeo confeziona a dovere le due parti: una con un invitante strato di grasso esterno, ma piena di ossa. L’altra, invece, con orrenda pelle scuoiata all’esterno, ma ripiena della succulenta carne dell’animale. Zeus, probabilmente poco sobrio date le circostanze, sceglie la parte invitante. In questo modo agli dei vanno le ossa, agli uomini la carne. Una bella beffa. Inutile dirlo, Zeus perde le staffe. Non contento, Prometeo decide di peggiorare la sua decisamente non ottima situazione rubando il fuoco alle divinità per donarlo agli uomini.  Anche in questo caso il peccato di Hybris è duplice. Sicuramente più severo rispetto agli atti compiuti da Ulisse. Non dimentichiamo che la Metis è appannaggio esclusivo di Zeus. Metis è la prima moglie del padre degli dei, che può trasformarsi in ogni cosa. Zeus, così, le chiede di trasformarsi in una goccia d’acqua e la inghiotte. In questo modo egli assimila l’intelligenza dedita all’inganno. Prometeo è riuscito nell’intento di ingannare Zeus in persona, battendolo con la sua stessa arma. Per questo se la passerà maluccio per circa tredici generazioni, poi liberato da Eracle (la liberazione del titano viene recitata nel “prometeo liberato” di Eschilo).

Tragodia

Si scrive tragedia, si legge universo – parte 1

Prima di affrontare l’interrogativo posto nello scorso articolo , risulta fondamentale presentare almeno sinteticamente le numerose tematiche insite nella tragedia greca. In questo articolo chiarirò brevemente le più ricorrenti. In tal modo, chi avrà impegni inderogabili (partite a fifa, aperitivo con le amiche, champions league, games of thrones, etc..) potrà saltare direttamente al prossimo articolo, mentre per i secchioni inserirò degli approfondimenti per ogni singola tematica. Cliccando sui titoli dei paragrafi successivi, verrete reindirizzato alle pagine di approfondimento.

Tragedia e mito greco

Come afferma Simone Pomara “Epos e tragedia sono come due imponenti sistemi montuosi, collegati fra loro da una serie infinita di catene minori…”. E come dargli torto? Di fatto, la quasi totalità dei personaggi principali della tragedia sono stati a loro volta personaggi mitici. Se dovessi spiegare a mio nonno con parole povere il legame mito-tragedia, direi che le tragedie spesso rappresentano un sequel del mito (si, mio nonno conosce il significato della parola sequel). Aggiungerei anche che la superiore caratterizzazione psicologica dei personaggi renderebbe più semplice un coinvolgimento degli spettatori (spettatori, non lettori. Ricordiamo che la tragedia fu un genere teatrale). In questo modo, è possibile sostenere che le leggi implicite che governano il mondo mitico siano le stesse anche nelle vicende narrate dai tragediografi. Passiamo ora ad illustrare le più significative.

Hybris

Ed ecco a voi la Hybris (leggetela pure ubris, alla greca). Tradotta letteralmente con il termine “tracotanza”, indica una colpa della quale un mortale o una divinità minore si macchia, nei confronti degli dei. Atti di Hybris comuni sono comportamenti arroganti, il mancato riconoscimento dell’autorità divina. Quando Ulisse, nell’Odissea, acceca il ciclope Polifemo, commette un atto di ubris. Perché il buon Polifemo è figlio di Poseidone, annoverato fra gli dei più influenti sulla scena olimpica. Un altro atto famoso di Hybris è l’inganno del titano Prometeo nei confronti di Zeus.

Nemesis

La naturale conseguenza di un atto di Hybris è la Nemesis, la vendetta divina. Non sfidare gli dei, a meno che tu stesso non sia un dio. Zeus può farne di tutti i colori senza essere punito, perché rappresenta il punto più alto nella gerarchia olimpica. Egli elimina suo padre, inghiotte la sua prima moglie e tradisce la seconda un’infinità di volte senza conseguenze. Ma cosa succede ai mortali o alle divinità minori? Beh, Prometeo finisce incatenato nudo ad una rupe, lasciato alle intemperie. Come se non bastasse, ogni notte un’aquila gli fa visita per squarciagli il petto, e mangiare il suo fegato. Tutto questo, diciamo, per l’eternità (e già, ragazzi. Infatti, il fegato del titano ricresce ogni notte. Chi sa che palle l’aquila, però. Ogni giorno lo stesso menù). E invece, Ulisse? Per aver accecato Polifemo, viene “costretto” a rimanere anni su un’isola deserta, lontano dalla patria, in compagnia della dea Calipso. Che sfiga, però. Povero Ulisse. Confinato su un’isola che ricorda vagamente il giardino dell’eden. Senza dover mai lavorare. Con una figa spaziale. Secondo voi l’avrà raccontato alla moglie Penelope, una volta tornato in patria? Io non credo.

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Che tragedia! E adesso?

La parola tragedia viene spesso usata nella quotidianità per indicare eventi sventurati, con accezione del tutto negativa. L’utilizzo del termine in questione con significato esclusivamente negativo risulta estremamente riduttivo e, perché no, anche offensivo nei confronti degli antichi greci, che vissero la tragedia con innata passione. Ma andiamo con ordine, prima le cose pallose. Etimologicamente la parola tragedia deriva dal greco (scommetto che questo l’avevate intuito), dall’unione di due termini: tragos (capro) e odìa (canto). Letteralmente, “il canto del capro”. Il perché di questo nome bizzarro sfugge anche alle menti più brillanti che si sono adoperate nello studio della cultura greca. L’ipotesi più accreditata riguarda il sacrificio di un capro che avrebbe accompagnato il canto delle opere dei tragediografi. Il capro è simbolo di Dioniso, del vino, delle aspre forze della natura. Un probabile richiamo alle umili origini delle forme di teatro greche, nate dai festeggiamenti agresti. La tragedia si impone come genere teatrale nel V secolo a.C., mese più mese meno. Ora voi direte “scusa amico, ma cosa c**** me ne frega, io sono venuto qui per una lettura leggera, e tu mi fai una noiosa lezione di storia!”. No, carissimi lettori, lungi da me. Non sono un professore, ma un amatore. E come tale, cercherò di trasmettervi la mia passione. La data dell’origine della tragedia come genere teatrale è importante, per farvi riflettere. Tra tutti i temi trattati da innumerevoli autori, perché dopo millenni è arrivato a noi il significato più catastrofico? Nei prossimi articoli cercheremo di dare una risposta a questa domanda di certo non semplice. Approfondiremo inoltre alcuni temi ricorrenti utili a comprendere lo sviluppo delle vicende e dei personaggi nelle nostre pubblicazioni. La prossima settimana, ve lo prometto, parti pallose al minimo.

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