Pareidolia – Questione di punti di vista

Cinque stelle. Solo cinque stelle, quella notte, nel cielo nero. Chiunque avrebbe potuto scorgerle dietro agli ispidi banchi di nuvole, rischiarati da una luna morente. Cinque astri più o meno illuminati, che avrebbero potuto essere qualsiasi cosa. Un bambino scalmanato, inseguito dai genitori, cadde e si sbucciò un ginocchio. Iniziò a piangere come un matto, poi per caso alzò lo sguardo e le vide. Com’erano belle. La sua fantasia dispiegò le ali, iniziò a volare libera. E in quei minuscoli puntini lucenti vide una faccia sorridente. Smise di piangere all’istante, e ricambiò il sorriso. In quel momento, dall’altra parte della strada passava un giovane col cuore straziato dalla sua ragazza, ormai ex.

      <<Mi spiace, io non ti amo. Non sapevo come dirtelo, allora semplicemente l’ho detto…>>.

     Queste erano state le parole di lei, un’ora prima. Che senso ha la vita, adesso? Senza una donna niente ha senso. Disperato, alzò lo sguardo verso il cielo e come il bambino dall’altro lato del marciapiede si accorse dei cinque astri solitari in un mare di oscurità. La rabbia e la delusione plagiarono i suoi occhi, e in quelle stelle vide lei che ballava con un altro, il suo vero amore. Si arrabbiò ancora di più, continuando a vagare senza meta, alla ricerca di un bar dove cicatrizzare le infinite ferite amorose. Sotto lo stesso cielo, nella stessa città, lungo la medesima strada vi erano due persone che quasi contemporaneamente videro le stesse cinque stelle, traendone conclusioni opposte. Le loro emozioni avevano giocato un ruolo fondamentale, rendendo unica e profondamente diversa la somma di parti identiche fra loro. Emozioni che avevano preso il sopravvento sulla cosiddetta logica umana, la cui esistenza viene spesso messa in dubbio dal comportamento. Emozioni forti, come quelle provate da un vecchio, non lontano dal ragazzo e il bambino. Chiuso in casa, aveva iniziato a bere dalle cinque del pomeriggio. In quel momento, il suono del campanile cittadino esplose nell’aria, evocando la mezzanotte. Il vecchio si riempì il boccale con del rum. Davanti a lui, su un tavolo, una scacchiera.

      <<Avanti, muovi tu amico>> disse.

     Passarono dieci minuti di completa immobilità.

      <<Avanti, sbrigati! Devo uscire a fare la spesa, tra poco arrivano i miei figli>> aggiunse, scoppiando in una amara risata.

      I suoi figli l’avevano abbandonano tempo fa. Sarebbero tornati il giorno della sua morte, a litigare per gli innumerevoli possedimenti in eredità, inclusa quell’orrenda casa. Per non parlare delle sue tre ex mogli. Si, sarebbero tornate anche loro. E i fratelli con le sorelle e tutta la famiglia. Tutti morti di fame, i cari parenti. Le sue giornate erano vuote da un pezzo, da quando quel maledetto gufo aveva iniziato a parlare. Nessuno gli credeva, ma accidenti, era la sacrosanta verità! Come poteva lui, poliziotto figlio di poliziotti, dire bugie? Nossignore, l’etica prima di tutto. Quel gufo, accidenti. Sembrava volesse aiutarlo, e invece aveva reso la sua vita un inferno. La colpa, però, era stata in gran parte sua. Se solo non avesse seguito quelle ambizioni che gli erano sembrate così allettanti, così sensuali…

     <<La carne è debole, vecchio Ottone, la carne è debole>> disse tra sé, posizionando il cavallo nel mediogioco.

     La carne è debole, si, ma mai quanto lo era stato lui. Tradendo la sua prima moglie con la seconda, e la seconda con la terza. Dopo di lei, aveva giurato di non sposare più nessuna, senza però rinunciare al sesso. Le aveva possedute tutte, senza essere mai stato felice. Forse con la prima…ma allora perché, poi, aveva tradito? Sollevò l’alfiere per muovere, ma si bloccò a mezza altezza. Girò la pedina verso di sé, e iniziò a parlare:

     <<Ne abbiamo discusso spesso, amico mio…ogni volta ti chiedo un parere, e tu mi dai sempre la stessa risposta. E, scusa se insisto, ma credo che a un giovane come te faccia piacere parlare con un vecchio, e alleviarne le pene. No, non devi per forza rispondere, basta che ascolti…>>.

     Mise l’alfiere perpendicolarmente al cavallo, per proteggere il pezzo da eventuali attacchi nemici

     <<Devi conquistare il mediogioco, mai perdere di vista il mediogioco…>>.

     Improvvisamente un cane si mise ad abbaiare in lontananza. Ottone alzò lo sguardo e vide. E bastò un’istante. Un solo istante perché capisse. Allora non vi fu più esitazione. Prese la pistola da sotto il cuscino. Premette la canna fredda contro la tempia, fino a ferirsi. Oltre al sangue, calde lacrime cadevano dalle guance del vecchio. Prima di andarsene, Ottone guardò il piccolo gufo di legno sulla credenza <<Senza di te sarebbe stato tutto così semplice…>> e fece pressione sul grilletto.

     Passarono attimi di silenzio, poi il gufo di legno aggrottò le folte sopracciglia e sorrise. Dispiegò le ali, posandosi sopra la testa dell’uomo

     <<Hai ragione amico mio…più semplice, si, ma tremendamente noioso>>.

Sono sicuro che vi starete chiedendo, incuriositi, quale fu il particolare che fece premere il grilletto al buon Ottone. Ricordate il bambino e il ragazzo menzionati poco fa? Percepirono nella stessa visione un concetto profondamente diverso. Se vi dicessi che il vecchio prese la fatale decisione dopo aver incrociato lo sguardo di se stesso, riflesso in uno specchio? Lui vide odio, dolore e disperazione. Voi, al contrario, avreste visto un innocuo viso rugoso.

NOTA AL TESTO

La pareidolia è l’illusione che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. Un esempio celeberrimo è il volto su marte. L’autore va al di là della teoria, dando un’interpretazione più profonda del fenomeno, soffermandosi sulle cause primarie. Sono le nostre esperienze passate che ci forniscono gli strumenti per interpretare le forme e i profili naturali. Questo avviene in ogni età della vita. Non a caso il primo ad essere introdotto è il bambino, rappresentante della fanciullezza, poi l’uomo, e infine il vecchio. Le emozioni, evocate dai ricordi e dalle esperienze pregresse, guidano le azioni dell’essere umano, le rendono “plausibili” agli occhi di chi le compie. Per questo il vecchio, dinanzi al suo volto, vede un uomo finito, e decide di premere i grilletto. Il gufo, omaggio a Hieronymus Bosch, pittore olandese vissuto tra il 400 e il 500, rappresenta il male puro, che agisce solo per danneggiare e offre potere in cambio della felicità. L’artista olandese era solito raffigurare il gufo in molte delle sue opere, persino nelle rappresentazioni del paradiso e del purgatorio, come a dare un avvertimento: le radici del male sono ovunque, anche in luoghi insospettabili.

Vero amore

<<Sono seduto sul prato, la schiena contro il vecchio pozzo di mattoni, Il mio sangue continua a sgorgare dalle ferite senza sosta, colorando il verde manto d’erba ai miei piedi. Sto morendo. Cosa mi ha ucciso? L’amore! Reale, e incondizionato! Respiro affannosamente. La speranza mi ha lasciato da un pezzo, da quando quel proiettile mi ha colpito alla gola. Anche in questo momento penso a te, a come sarebbe potuta essere la nostra vita insieme. Un bacio di troppo, e te ne sei andata con la mia vita. Ma non sono arrabbiato, anzi, ti perdono. Felice di averti incontrato. Ti amerò per sempre…addio>>

     L’uomo perde conoscenza. La vita si separa da lui dolcemente, come una farfalla che, dopo essersi nutrita dal più bel fiore del giardino, si alza in volo sbattendo le magnifiche ali. Una macchina passa vicino al prato verdeggiante. L’autista vede il cadavere, ma non si ferma. E come potrebbe? Sta litigando con una bella donna seduta sul sedile del passeggero. E, vi prego, non siate troppo duri con lui nel giudicarlo, perché anche voi vi sareste comportati allo stesso modo…

     <<Giulia, te lo prometto. La lascerò, davvero. Dammi ancora qualche settimana…>>

     La donna incrociò le braccia sul seno prosperoso. Era mora, atletica, non molto alta. Gli innumerevoli muscoli facciali disegnarono sul suo volto un’espressione di infinita tristezza mista a rabbia.

     <<Settimane…>> Volse lo sguardo verso il finestrino, osservando la pioggia cadere senza pietà sulle colture appena seminate

     <<Vittorio, è sempre la stessa storia. E io sono stufa…anche se…sai che ti amo. Ma non posso continuare così. O me o lei…ti do tre giorni di tempo>>

     La macchina si fermò in un piccolo paesino immerso nella natura. Giulia scese velocemente.

<<Tre giorni, Vittorio. Telefonami tra tre giorni>> Poi spinse dolcemente la portiera.

     Vittorio la osservò entrare in casa. Era ora di andare dall’altro suo amore, che a quanto pare dovrà lasciare. Prima però, un ultimo assaggio. Prese il telefono e compose il magico numero.

     <<Pronto, si, Teo? Sono io, Zzorio. Vorrei prenotare una stanza per stasera a mezzanotte. No, qui a casa non posso più fare nulla, quei porci mi stanno col fiato sul collo. Prepara tutto a dovere, mi raccomando…>>

     Un’altra notte con lei. Mise in moto, si diresse verso casa. La villa era strutturata su due piani, con un enorme giardino e una piscina di medie dimensioni. Il maggiordomo lo salutò cordialmente:

     <<Buonasera signor Penna, posso farle preparare qualcosa da mangiare? Stamattina non mi ha detto nulla, così ora…>> Vittorio non lo degnò nemmeno di uno sguardo. Odiava quei pidocchiosi servi, sempre in cerca di un culo da leccare.

<<No, non voglio niente, stupido idiota. Te l’avrei detto. Ora torna a poltrire sul divano del soggiorno e attendi il trenta del mese per lo stipendio come al solito>>

     Il maggiordomo non si scompose. Mostrò un sorriso tanto finto quanto i suoi denti tre canini dorati e scomparve. Vittorio si fece un bagno caldo. Immerso nell’acqua bollente, pensò al sentimento che lo legava a Giulia. Era bella, si, ed educata. Laureata, brillante e molto intraprendente. Di certo una personalità interessante, che avrebbe potuto allietare la sua vita e renderlo felice. Si sarebbero sposati, poi i figli, le cene con i parenti, i natali in famiglia, le partite a carte con il suocero, poi i nipoti e tanto altro… Chiuse il rubinetto e prese a insaponarsi. Voleva veramente tutto ciò? A venticinque anni? La risposta la conosceva bene. Giovane, ricco e incosciente. Questi erano gli aggettivi che più lo avevano contraddistinto negli ultimi tre anni. Se non fosse stato per le ingenti risorse accumulate dalla sua famiglia nel tempo, probabilmente ora si sarebbe trovato in mezzo a una strada. Uscito dalla doccia si vestì in un attimo: abito, scarpe eleganti e orologio d’oro massiccio. Riempì il portafoglio con pezzi da 200€. Dopotutto lo aspettava una notte al club…

 

     Andrea sedeva fuori dallo stanzino degli interrogatori. All’interno, il collega Dave stava interrogando un individuo sospetto, invischiato in un caso di infanticidio. Dopo i primi trenta secondi di calma apparente, Dave si era scatenato, colpendo più volte il poveretto al volto. In neanche dieci minuti ottenne una confessione, e uscì per lavarsi il sangue dalle mani. Era alto più di un metro e novanta, centodieci chili di peso e sguardo di pietra. A chi non lo conosceva avrebbe potuto sembrare semplicemente cattivo, ma Andrea sapeva benissimo che il comportamento del collega andava ben oltre. Il piccolo David, cresciuto nei quartieri più malfamati di Cardiff City, aveva appreso l’odio per la criminalità da quando sua madre perse la vita in una colluttazione con un ladro. Dopo i tredici anni si era trasferito dal padre in Italia, nei sobborghi di Milano. A vent’anni era entrato in polizia. Sin da subito si era meritato la fama di agente senza scrupoli, sempre pronto alla rissa. Andrea, di dieci anni più vecchio, lo aveva preso subito in simpatia. Nonostante tutto quel ragazzone si impegnava molto nel suo lavoro, arrivando ad ottenere, come in questo caso, confessioni in circostanze strabilianti.

     <<Ehi Dave, ho ricevuto quella chiamata. Non prendere impegni per stasera…>> Il gallese lo guardò senza muovere un muscolo del viso.

     <<Ah, ma io sono sempre libero per un certo genere di cose, u know man>> Si scambiarono un gesto d’intesa.

     <<Passo a prenderti alle undici. Saremo solo noi due>>

   Dave annui, osservando l’esile figura del collega scomparire in fondo al corridoio. Raggiunse il bagno e sciacquò via il sangue dalle enormi nocche. Finalmente avrebbero preso quel cocainomane che cercavano di incastrare da mesi. Lo avrebbe massacrato, se necessario.

    <<Una confessione vale l’altra…e se un innocente si dichiarasse colpevole senza esserlo, beh, allora sarebbe comunque colpevole di aver mentito>> disse ad alta voce il gigante, rivolto verso lo specchio del bagno.

     Uscendo dalla centrale, si concesse un lieve sorriso, pensando al prossimo malcapitato che gli sarebbe passato tra le mani.

 

     Il Club si ergeva su cinque piani, non così vicino alla città da destare sospetto, ma nemmeno troppo lontano. Il posto perfetto per incontrare un’amante, osservare partite clandestine di poker o combattimenti tra uomini. Le grandi sale, tappezzate di moquette e illuminate da soffuse luci al neon, lo rendevano un posto decisamente unico nel suo genere. L’enorme edificio apparteneva alla famiglia Sodio da sempre. Era stato il primo proprietario, George Sodio, a reinventarlo come hotel di lusso, ed eventuale posto d’incontro per riunioni o qualsiasi altro evento, basta che prima o poi si paghi. Ora, il pronipote Teo Sodio portava avanti la baracca con discreta maestria. Aveva apportato delle modifiche, assumendo una band Jazz personale. Aveva inoltre preso contatto con diversi spacciatori e papponi della zona, in modo tale da soddisfare ogni desiderio dei clienti. Inizialmente sembrava essere tutto in regola. I poliziotti, però, avevano scoperto tutto a causa di un avventato ex assassino che dopo l’evasione si era rifugiato in una camera del Club. Il signor Sodio non aveva di certo controllato se il nome corrispondesse a uno dei cinque più ricercati criminali della zona, e in meno di tre ore gli sbirri aveva invaso il gigantesco locale. Per fortuna il capo della polizia era un uomo intelligente e lungimirante. Aveva chiuso un occhio in cambio di un pagamento mensile che a Teo non sembrava neanche troppo alto, e ogni tanto chiedeva di arrestare qualche cliente immischiato in loschi giri. Quella sera era toccato al buon vecchio Vittorio Zzorio Penna, unico erede della gloriosa famiglia Penna. Dai suoi avi non aveva ereditato né il genio né la perseveranza, bensì l’amore per la cocaina. Il che lo rendeva un cliente molto gradito agli occhi di Teo Sodio. La polizia però voleva la sua testa.

     <<Affari interni, non posso spiegare>> aveva detto il capo degli sbirri

    <<Spero potremmo continuare a collaborare come abbiamo sempre fatto, amico>> Teo, che non si considerava suo amico, aveva sorriso maliziosamente

   <<Certo, come no…appena Zzorio chiamerà io riferirò, stia tranquillo>> e così aveva fatto.

    Niente di personale, certi ordini andavano semplicemente eseguiti. Mai sfidare un nemico invincibile. E poi, di clienti come il signor Penna ne aveva anche troppi al momento…

 

     Vittorio guidò fino al Club con aria distratta. I suoi pensieri continuavano a tornare su Giulia, sulla loro vita insieme. Aveva una strana sensazione, come se una strana forza gli si opponesse, gridando con voce roca:

    <<Torna indietro, torna indietro! Non vorrai di nuovo prendere quella merda, vero Zzorio?>>

    A questa si opponeva una assai più forte voglia di assaporare il divino nettare del sesto senso. Un’ultima tirata, e via. Avrebbe smesso, tornando da Giulia. Il tempo poi avrebbe decretato il vincitore. Diede le chiavi al parcheggiatore ed entrò. L’ingresso sembrava vecchio, sporco e mal arredato. Un divano senza cuscini, sbattuto su un tappeto rosso bucato in più punti con macchie ovunque. Un turista o un soggetto inesperto avrebbe giudicato il posto come poco raccomandabile e se ne sarebbe andato. Per i clienti abituali, invece, il Club era una certezza. Le altre sale, immense e ben arredate, venivano inondate da dolci note jazz per tutta la notte. Il proprietario del locale, il signor Teo Sodio, lo aspettava in cima alla prima rampa di scale

     <<Benvenuto, signore. È in largo anticipo, vedo>> disse indicando l’orologio.

    <<Il secondo piano offre un avvincente combattimento tra ex militari russi. Vorrebbe assistere a questo straordinario evento, oppure preferisce aspettare che la sua suite sia sistemata a dovere?>>

  <<Ah, Teo. Elegante come al solito…credo che un po’ di sangue possa farmi bene stasera>> Salirono al secondo piano.

   Appena entrato, Vittorio vide due colossi muscolosi che combattevano in un piccolo ring. Ad assistere una trentina di persone, non di più. Si sedette su una poltrona in prima fila e ordinò un doppio whisky liscio. I due combattenti si scambiavano colpi di circostanza, testando la forza e i riflessi dell’avversario

   <<Quello a destra è un ex militare russo, mentre l’altro un italiano della periferia di Milano…>> Disse un anziano signore rivolto a Vittorio.

    <<Ho scommesso diecimila euro sul russo…sembra più pericoloso. È stato indagato per tentato omicidio in passato…e lei? Su quale di questi due animali ha puntato?>> Vittorio volse la testa verso di lui:

  <<Non ho giocato, mi godo semplicemente lo spettacolo. Se però volesse la mia opinione…avrei scommesso sull’altro. È un assassino di prim’ordine che spesso svolge alcun lavoretti per la mafia locale>>.

   Passarono diversi minuti. Il russo sembrava in netto vantaggio, ma l’italiano era troppo arrogante per arrendersi. Finalmente Matteo Sodio si fece vivo:

   <<Signor Penna, la merce è pronta ad essere servita nella suite…>> Vittorio si alzò e seguì il proprietario del Club. In quel momento, il volto dell’ex militare russo si schiantò contro la superficie lucida del ring.

 

    I due salirono al terzo piano, poi Vittorio seguì Sodio tra intricati corridoi e buie rampe di scale.

  <<Eccola, signore. La stanza 72, la sua preferita. Mi sono permesso di farle un regalo, spero sia gradito. Ne può fare quello che vuole…qualsiasi cosa…>>

  Dopo queste parole, Sodio scomparve nel buio dei corridoi. Vittorio aprì la porta ed accese la luce. La suite era spaziosa, non eccessivamente di lusso. Parquet con fantasie, un ampio soggiorno con due divani in pelle chiara e un televisore a sessanta pollici. La porta della camera da letto era socchiusa, la luce già accesa. Vittorio la spinse dolcemente, e vide: una donna bellissima lo aspettava sul letto. I biondi capelli le cadevano sui nudi seni. Gli occhi verdi lo guardavano giocosi e rispettosi, in attesa di conoscere i suoi desideri. Le gambe, lunghe e lucide, si muovevano ritmicamente in attesa di esaudirli. Vittorio avanzò lentamente, ma anziché andare verso la donna si diresse verso un armadietto di fianco al letto

    <<è tutto qui dentro?>> chiese in tono piatto.

  <<Tu non cambia mai…prendi prendi…tutto lì>> rispose la bionda in un italiano imperfetto.

   <<Non capisce mai come tu puoi volere quella roba e non me…>> Vittorio prese una manciata di cocaina e cominciò a lavorarla con la carta punti di un noto supermercato locale.

  <<Non osare paragonarti al nettare degli dei, troia…e ora ferma>> posizionò una manciata di cocaina sulla bella coscia della donna e aspirò avidamente.

   Ne fece tre tirate, poi si accasciò al suolo, guardando il soffitto con gli occhi sgranati

   <<Stupido uomo, tu stupido, si?>> Vittorio si tolse una scarpa e la colpì al volto, facendola sanguinare

<<Zitta troia, quante volte…lo devo…dire? Sodio ha detto che posso fare qualsiasi cosa con te…quindi se parli ancora ti ammazzo>> La prostituta indietreggiò sul letto tenendosi il volto con entrambe le mani.

<<Tu pazzo…quella roba ti fa diventare pazzo…io chiamo Teo e vediamo chi…>> ma non fece in tempo a muovere un muscolo.

     Vittorio le si avventò contro, colpendola ancora e ancora. Ad un tratto si fermò. Tutto quel movimento lo aveva fatto eccitare. Si slacciò la cintura dei pantaloni. La donna cercò di allontanarlo, si mise ad urlare. Questo lo fece eccitare ancora di più:

<<è la prima volta che stupro una puttana, vediamo un po’…>> disse, facendo partire un pugno violento che la colpì dritta allo stomaco.

     La donna si piegò in due, arrendendosi all’assalitore. Dopo l’atto sessuale, giaceva ai piedi del letto, le mani strette l’una all’altra in un disperato gesto di preghiera, gli occhi fissi nel vuoto. Vittorio si fece altre tre strisce di cocaina, poi riprese a picchiarla fino a farla sanguinare

     <<Vado a farmi un giretto al bar. Fatti una doccia e mettiti un po’ di profumo, AMORE. Ti voglio bella fresca per quando torno…>> La poveretta annuì debolmente. L’uomo uscì dalla suite con passo baldanzoso, lasciando la porta spalancata.

 

I due agenti arrivarono al club in borghese. Ad entrare per primo fu Andrea. Il vecchio agente conosceva bene posti come quelli, e da anni ormai intratteneva rapporti più o meno amichevoli con il proprietario.

<<Buonasera, signori. Stanza 72. Vi accompagnerei ma ho altro da fare. Terzo piano, poi seguite le scale a destra e ancora a destra. Impossibile sbagliare. È su da molto tempo con una delle mie migliori ragazze. Preferirei rimanesse illesa…>> Disse Sodio, stringendo la mano ad entrambi.

David non si mosse, Andrea annuì cortesemente. In pochi attimi arrivarono davanti alla porta

<<Forza Dave…fuori il cannone>> Entrarono a pistola spianata. Le luci erano accese.

Perquisirono il piccolo soggiorno, poi la camera da letto. Trovarono la donna stesa per terra, sanguinante.

<<Accidenti…chiama un’ambulanza e aspetta che arrivi all’esterno. Io resto con lei>> Dave rimase sorpreso.

<<Cosa?!       Ma    dobbiamo    prendere quel tossico…altrimenti…>> Andrea lo zittì con un gesto della mano.

<<Sta morendo. Tu la sacrificheresti per prendere Penna? Avanti…>>  David si arrese.

Uscì dalla stanza e fece come aveva consigliato il collega, ma anziché attendere fuori, decise di andare al bar a farsi un bicchierino. Il caso volle che si sedette di fianco a Vittorio, intento a scolarsi il terzo whisky di rigore. Le foto segnaletiche usate dalla polizia risalivano a una decina di anni prima, e David non aveva mai visto dal vivo Mr. Penna. Fu così che cominciarono a parlare del più e del meno. Per sua fortuna, Vittorio era così fatto e ubriaco che decise di fare uno scherzo al gigante, mentendo sul suo nome.

<<Ah, io mi chiamo…Mike. Il grande Mike…non so se hai sentito parlare di me! Vendo ciabatte in fondo alla strada!>> Dave mise in mostra  uno strabiliante sorriso di circostanza

<<Piacere mio, Mike. Certo che dev’essere un lavoraccio il tuo…>> e proseguirono, discutendo della vita nelle sue numerose forme.

Andrea, intanto, aveva sentito arrivare l’ambulanza ed era sceso. Durante il tragitto si fermò al bar per riprendere fiato. In quel momento vide il collega parlare con Penna, gli si gelò il sangue. Che fosse stato corrotto? Impossibile…Ora, lui non poteva farsi vedere dal tossico, dato che si conoscevano molto bene. Uscì dalla sala e chiamò David col telefono. Dopo qualche minuto il collega venne verso di lui.

<<La donna è in salvo?>>

<<Dave…che stai facendo?>> Il gigante lo guardò confuso.

<<Che domande sono? Mi sto rilassando, dato che il nostro uomo se la sarà già data a gambe. Ho conosciuto quel Mike…è simpatico. Un vero pazzo, ma simpatico. Vieni dentro e unisciti a noi, davver…>> Andrea si mise a sghignazzare

<<Mike? Ma quale Mike! Quello è Vittorio Penna, idiota. Non l’hai riconosciuto?>> David, confuso, guardò il collega, poi il bancone del bar, e di nuovo verso il collega

<<E quindi…cosa facciamo?>>

     <<Ho preparato un piano infallibile e curato nei minimi particolari, senti qua: entriamo in quella cazzo di stanza a pistola spianata e lo arrestiamo…che ne dici?>> David, impenetrabile come al solito, estrasse l’arma e cominciò ad avanzare nel bar con il collega alle calcagna.

     <<Fermi! Polizia…nessuno si muova…a noi interessa solo Penna!>> di Vittorio neanche l’ombra.

Nel bar erano rimasti il personale (due cameriere poco vestite e il barista), due anziani signori in abiti eleganti e tre giovanotti in camicia. Nessuno parve spaventato dalle armi dei due agenti.

<<Ehi, amico>> disse uno dei giovani a David

<<Metti via quel cannone, potresti farti male. Sai, una volta anche io…>> non fece in tempo a finire la frase. Dave lo colpì con il calcio della pistola alla tempia così forte, da farlo stramazzare al suolo.

<<Non me ne frega un cazzo, amico. E voi altri, forza, parlate! Spero non vorrete farla passare liscia a un infanticida…>> Urla d’indignazione si alzarono dal tavolo dei due vecchi eleganti.

<<Si è calato dalla finestra, ora sarà nel parcheggio!>> Gli agenti lasciarono la stanza in fretta senza ringraziare.

Appena giunti nel parcheggio, videro la macchina di Vittorio sfrecciare davanti a loro a tutta velocità. In pochi attimi gli furono alle calcagna.

<<Accelera, Dave, accelera!>>

L’inseguimento proseguì per strade urbane, e strette vie scarsamente illuminate. Quando furono fuori città, la macchina di Vittorio si fermò bruscamente. Nessuno scese. Andrea si avvicinò lentamente, stringendo la pistola

<<Scendi, balordo! Ti abbiamo preso, non hai scampo!>>. Improvvisamente, lo sportello del guidatore si aprì, e apparve una giovane donna di carnagione scura

<<Io…agente…non l’ho rubata, stavo facendo un giro…Vittorio mi ha detto che avrei potuto farmi un giro! Non so…scusate…>> Andrea imprecò.

<<Dave, perquisisci l’auto, per favore>> Ma non trovarono nulla, se non il libretto e l’assicurazione intestati al Sig. Penna.

<<Fregati di nuovo…incredibile…torniamo da Sodio>> E ripartirono, lasciando sola la bella sconosciuta.

Teo Sodio accompagnò i medici nella camera 72, dove la prostituta bionda venne prelevata e portata via in barella. Consapevole che perdendo la bionda avrebbe perso almeno un paio di clienti per due, tre settimane, rimase seduto sul letto tenendosi la testa. Sentì vibrare il cellulare. Era Andrea:

<<Stiamo tornando, Sodio. Quel bastardo è ancora li…in macchina c’era un’altra delle tue puttane, accidenti!>>

<<Siete degli incapaci! Io vi consegno il mio miglior cliente, e voi entrate qui, a pistole spianate, e tutto quello che riesci a dirmi ora è che non l’avete preso, e che tornerete a farmi fare un’altra figuraccia davanti ai clienti?! Inaccettabile!>> E riappese.

Si sdraiò sul letto sconsolato. Improvvisamente una voce roca lo fece sobbalzare:

<<Ahhh, Teo! Potrei prenderne ancora?>> Vittorio uscì dal bagno, pimpante.

Sembrava più fatto che mai. Che avesse sentito la conversazione tra lui e la polizia? Improbabile, dato il quantitativo di alcool e droghe ingerite.

<<Fanculo! Prendine quanta ne vuoi…stasera va tutto storto…>> Vittorio corse verso l’armadietto e ne prese una manciata che cominciò subito a sminuzzare con un pugnale argenteo dalle strane incisioni

<<Spero tu non te la sia presa per quella troia…infondo, si tratta solo…di una troia, insomma.>>

<<Zzorio, non ti preoccupare. Ne ho mille come lei!>> Vittorio fece fuori tutta la cocaina dell’armadietto, eccetto due strisce che lasciò sulla scrivania..

<<Sai mi sto facendo così tanto perché non ho mai ucciso nessuno, e vorrei evitare di impietosirmi all’ultimo>> Sodio si pietrificò.

<<Uccidere? Chi?>> Vittorio mise in mostra i bei denti bianchi.

<<C’è uno stronzo che mi ha venduto in questa stanza…il suo cognome inizia con S e finisce con Odio…che, d’altra parte è la parola che meglio descriverebbe le emozioni in questo momento…lo conosci?>>.

Teo si alzò di scatto e raggiunse la porta, ma non riuscì a girare la maniglia. Il pugnale gli si conficcò nella nuca, uccidendolo all’istante.

Vittorio si abbassò e intraprese una delirante conversazione a senso unico con l’ormai defunto proprietario del Club, poi decise che era ora di andarsene.

<<Ci vediamo, Teo! Ti lascio due strisce di coca sulla scrivania, nel caso ne senta il bisogno. Fossi in te ne usufruirei, mi sembri molto giù!>>

Fece le scale velocemente e uscì nel buio. Corse a perdifiato attraverso le vie illuminate da strani lampioni color carne popolate da piccoli folletti arancioni. Dopo quella che a lui parve un’eternità, si ritrovò in un campo di grandi arbusti luminosi. Al centro della piantagione vide uno strano essere lucido, seduto su una poltrona gialla.

<<Accidenti…non avrei dovuto prendere anche quei dannati funghi…beh, vediamo cosa vuole>> Disse tra sé Vittorio, avvicinandosi alla curiosa presenza

<<Ciao amico, ho una domanda per te. Sapresti dirmi dove siamo? Io dovrei tornare a casa! Sai, la mamma sarà in pensiero a quest’ora!>>

L’altro alzò quella che doveva essere la testa: un grosso ammasso di gomma con due occhi verde scuro e una fessura al posto della bocca.

<<Vittorio, tua madre non c’è più da molto tempo, e tu, idiota, hai perso l’unica occasione di redimerti dai numerosi peccati commessi in questi anni…>>

<<Cosa vai blaterando, stupido ammasso di merda? E io dovrei anche starti a sentire?>> come se nulla fosse, l’essere gommoso continuò:

<<Giulia ti aveva dato un’opportunità, che però non hai colto. Un ultimo incontro con la cocaina, ti sei detto. E addio. Non posso tollerare altri comportamenti come questi, da te. Sarai condannato a vivere nella spirale temporale della tua morte, e commetterai lo stesso errore per l’eternità. Nessuno potrà salvarti, nessuno…>>  Improvvisamente, tutto scomparve. Una luce accecante salì in cielo.

Vittorio cercò di proteggersi da quella che sembrava una tremenda esplosione. Quando riprese conoscenza, si guardò attorno guardingo. Lo strano mostro era sparito, così come le parole da lui pronunciate. Non ricordava nulla. Si accorse di essere appoggiato con la schiena a un ammasso di mattoni che riconobbe come un vecchio pozzo. Cercò di rialzarsi ma scivolò sull’erba, e colpì con la testa il muro di mattoni

<<Non sforzarti, bastardo. Tra poco non sentirai più niente>> Davanti a lui si ergeva David, la pistola puntata.

     <<Sei stato scaltro, fin dall’inizio. Le sparizioni di quei bambini, poi i resti nei campi vicino alla tua villa. Per non parlare delle puttane stuprate e uccise, e della cocaina. Se oggi fossi rimasto a casa a dormire, probabilmente non ti avremmo mai preso. Anche perché, diciamocelo, di prove schiaccianti non ne avremmo mai avute…ma l’omicidio di stanotte…le telecamere nella stanza 72 hanno ripreso tutto>> Vittorio si diede un colpetto alla fronte

     <<Oh! Le telecamere! Vieni, coglione, arrestami. Comprerò il giudice, l’avvocato dell’accusa e se non dovesse bastare anche il tribunale. Non puoi fare nulla, poveraccio!>>

     Dave armò la pistola e fece partire un proiettile che si conficcò nella gola di Vittorio

   <<Sentenza definitiva: condannato a morte. Addio amico>> e se ne andò a passo svelto, pulendo con un fazzoletto l’arma.

     L’aveva trovata nella macchina di Penna, e da lì a poco se ne sarebbe liberato. Vittorio rimase solo. Il sangue, copioso, scorreva copioso sull’erba, colorandola. Anche in quel momento, ebbe pensieri solo per la cocaina. Nel frattempo, una vettura passò vicino al prato verdeggiante. L’autista vide il cadavere, ma non si fermò. Come avrebbe potuto? Stava litigando con una bella donna seduta sul sedile del passeggero. E, vi prego, non siate troppo duri nel giudicarlo, perché anche voi vi sareste comportati allo stesso modo…

Questo racconto fa parte della raccolta  “GLI ABITANTI DELLA NEBBIA“, disponibile su Amazon a 0,99 cent. Se ti è piaciuto, acquistala versione completa (gratuita per chi usufruisce dell’abbonamento KIndle Unlimited) e lascia una recensione.

 

L’insostenibile peso dell’anima

Questo racconto è ispirato a reali fatti di cronaca, avvenuti tra il 1890 e il 1920 a Boston. Nonostante i nomi di alcuni personaggi non siano stati cambiati, la caratterizzazione dello spazio, del tempo, degli eventi e della caratterizzazione dei personaggi stessi è frutto della fantasia artistica dei nostri autori

L’insostenibile peso dell’anima

L’uomo ha da sempre cercato di comprendere le regole dell’immenso gioco della vita. Menti illuminate hanno scoperto le leggi della matematica, della fisica e del comportamento. Questo sforzo immane, se da un lato comporta numerosi vantaggi, ha numerose pecche. Una di queste, senz’altro la più grave, consiste nel pensare di poter imprigionare fenomeni al di sopra dell’esistenza umana in semplici formule, che si snodano per ampie lavagne universitarie in una moltitudine di numeri e simboli. La scienza è davvero così potente come le ormai migliaia ricerche e pubblicazioni vogliono farci credere? Un’ipotesi è davvero inesistente, se il suo coefficiente statistico risulta non significativo? Senza ulteriori preamboli, in questo manoscritto verranno esposte le vicende, e la triste fine di chi, abbagliato da una visione scienza-centrica, cercò di calcolare il peso dell’anima. Una storia che forse è già arrivata alle vostre orecchie, ma che merita di essere raccontata. Questa è la storia di Duncan MacDougall…

21 grammi

Mike Lombo non riusciva a credere ai propri occhi. La bilancia si era mossa, anche stavolta.

<<Allora, stavolta abbiamo…22,5 grammi. Oh, buon vecchio John, sei il migliore! 22,5 grammi, uno in più della vecchia Annette! Mike…i cadaveri pesano una ventina di grammi in meno…appena dopo la morte!>> esclamò Duncan MacDougall, in preda al l’euforia.

Mike rimase muto, perso in un oceano di pensieri. Immaginava già i grandi titoli sui giornali: Eminenti scienziati icercatori scoprono peso dell’anima: 21 grammi! O qualcosa del genere.

<<In media 21 grammi. In media, perché i soggetti validi sono cinque. Pesati prima e dopo la morte. Appena dopo la morte. 21 grammi, come quattro fette di tacchino!>>

Duncan lo osservò incuriosito

<<Sei diventato scemo? Avanti, dammi una mano a riordinare il laboratorio. Poi andremo a festeggiare da qualche parte! Una bella sbronza non ce la toglie nessuno!>>

I due uscirono dall’università un’ora più tardi, già ubriachi. Il dottor MacDougall teneva una scorta di Rum invecchiato tra i polverosi libri di medicina dello studio. Una bottiglia fu sufficiente per rendere i due del tutto incapaci di intendere e di volere. Mike suggerì di lasciare le macchine nel parcheggio e di raggiungere il locale più vicino a piedi. Vista la situazione, Duncan non ebbe nulla in contrario. Entrarono in un piccolo pub frequentato da studenti.

<<Ehy baarman, portaci due birre e due rooom, please! Due…rum senza quello schifo di ghiacco!>> ordinò Duncan, imitando uno sgradevole accento british.

Furono subito serviti. Quello fu il primo di un’interminabile serie di alcolici di ogni tipo, sempre meno graditi. Al settimo giro, Mike non riuscì a trattenere un rigurgito.

<<Amico…io me ne vado in bagno, ma non ti muovere! Torno subito per l’ottavo giro… >> disse il dottor Lombo, scomparendo dietro le porte dei servizi maschili.

Duncan emise una sonora risata. Girandosi verso il barista per l’ennesimo ordine, si accorse di una bella donna dall’altra parte del bancone. Bruna, occhi verdi e pelle chiara. Rimase inebetito a fissarla per una manciata di secondi. Lei se ne accorse. Gli strizzò l’occhio e se ne andò. Duncan decise di seguirla, senza pensarci troppo. Appena fuori dal locale scorse la misteriosa figura slanciata svoltare in uno delle tante vie laterali delle fredde strade di Boston. Corse verso di lei, che lo stava aspettando appoggiata al muro, in fondo al vicolo. Indossava una giacca e dei pantaloni di pelle scura attillati.

<<Duncan, eccoti qui. Ti ho aspettato dall’altra parte del bancone per tutta la sera…ci sono voluti sette drink perché ti accorgessi di me?>>

<<Chi sei? Parli troppo…per essere una d…donna>> farfugliò il dottore, avanzando verso di lei.

Quando fu abbastanza vicino, la prese per i fianchi e cercò di baciarla, ma invano. La misteriosa donna si ritrasse, poi premette la sua fronte a quella dell’ubriaco.

<<Bella scoperta, quella di oggi. Il peso dell’anima…>>

<<Già!! Diventeremo famosi, io e quel lurido vecchio di Lombo-sauro!>> rispose Duncan, al settimo cielo. Solo in un secondo momento si accorse della discrepanza.

Cercò di ritrarre la testa, ma non riuscì a muovere un muscolo, come paralizzato

<<Brucia ogni prova, non andare avanti con la ricerca. È un consiglio che ti do da essere umano…questo è il primo avvertimento. Poi ce ne sarà un secondo, ed infine un terzo. Quando mi mostrerò con le mie vere sembianze, sarà troppo tardi…>>.

Duncan percepì le forze ritornare. Indietreggiò cadendo. La ricerca era troppo importante…per se stesso e per il mondo. Cosa avrebbero potuto scoprire, indagando ancora? Gli occhi verdi della donna, prima giudicati come straordinariamente belli, parevano essere diventati quelli di una bestia. Di uno spietato predatore che, conscio della sua superiorità, rende la preda inerme con un solo sguardo.

<<Non avrai…NON AVRAI MAI LE MIE RICERCHE! IO CHIAMO…chiamerò…>>

<<Dun, che diavolo stai blaterando?>> disse qualcuno alle sue spalle.

Duncan si voltò di scatto e vide Mike Lombo, appoggiato ad un muro laterale del vicoletto

<<Mike, lei vuole distruggerci, vuole eliminare le nostre ricerche!>>

<<Lei chi?>>

<<Come chi? Santo dio, quanto hai bevuto!?>> rispose Duncan, visibilmente irritato.

Mike si strinse nelle spalle:

<<Io vedo solo me e te. Dottor MacDougall, è ora di smettere di bere per entrambi…>>

Duncan si girò nuovamente verso la fine del vicolo, incredulo. Della donna nessuna traccia.

<<Te lo giuro! L’ho vista! Era lì! Una bella donna, mora, occhi verdi…>>

Mike si staccò a fatica dal muro e aiutò il collega a rialzarsi

<<Va bene, ti credo Dun, ti credo…oh! Guarda! Un Cane parlante!>> e scoppiò a ridere

Duncan lo guardò bieco, senza fiatare. I due ritornarono all’università. Ancora troppo ubriachi per guidare verso casa, decisero di dormire in ufficio…

Il peso della conoscenza

Vennero svegliati dalle prime luci dell’alba, ancora leggermente frastornati. Duncan riprese a lavorare all’esperimento, analizzando approfonditamente i dati: cinque dei sei pazienti avevano perso, subito dopo la morte, circa tra i 20 e i 23 grammi di peso corporeo. La prova inconfutabile dell’esistenza dell’anima. Mike, grazie alle sue conoscenze, riuscì a far trapelare la notizia ai piani alti, e successivamente a pubblicare su una prestigiosa rivista scientifica. La sensazionale notizia si sparse ben prima della pubblicazione, finendo addirittura in prima pagina sul New York Times nel marzo del 1911. Dopo l’entusiasmo iniziale, la comunità scientifica espresse i suoi dubbi, che tuttavia vennero immancabilmente smentiti dai dati in possesso dei due ricercatori. Dati inconfutabili, fino a prova contraria. Il dottor MacDougall ottenne cospicui finanziamenti per portare avanti gli studi. Mike fu felice di vedere l’amico così coinvolto, ma non poté fare a meno di notare un certo cambiamento, fin dal mattino seguente alla scoperta. Duncan sembrava sempre all’erta, come in attesa di un evento catastrofico.

<<Senti Dun…potrebbe anche essere la scoperta del secolo, ma devi restare vivo. Stasera non hai toccato cibo…cosa ti sta succedendo?>> gli chiese una sera, dopo una cena tra colleghi.

<<Mi tormenta, Mike. Mi tormenta da anni, ormai. Ed è la seconda volta. La terza sarà l’ultima, ha detto…devo scoprire più che posso nel tempo che ho a disposizione…>>

Lombo lo osservò perplesso

<<Spiegati meglio. Chi ti tormenta?>>

<<Quella donna, Mike! Sento costantemente la sua voce. Non dormo da mesi, ormai…>>

<<La donna…la donna che pensavi di avere visto nel vicolo dopo la sbronza? Andiamo, sono stronzate. Dimmi cosa succede!>>

<<Ti ripeto, è così! E se non mi credi, fanculo Lombo-sauro!>> sibilò Duncan, chiudendo la portiera della macchina.

Mike conosceva bene il collega. Chiamò il buon Ivan, un ragazzone alto due metri e largo tre, esperto conoscitore di cattive maniere. Diede disposizioni chiare e semplici:

<<Stagli addosso, e riferisci tutto. Dove va dopo lavoro, con chi si frequenta. Fai particolare attenzione a una donna mora con gli occhi verdi. Se dovessi vederla, non esitare a minacciarla. Anzi, falla sparire.>>

Ivan sembrò particolarmente eccitato dalle ultime parole di Lombo

<<Sarà fatto, doc. Speriamo sia bella donna…>>

Dopo due settimane di continui aggiornamenti, Ivan non si fece più vivo. Mike cominciò ad insospettirsi. Individui come quel ragazzone non lasciavano il lavoro a metà, a maggior ragione senza aver ottenuto la paga. Nel bel mezzo di una notte tempestosa, la sua curiosità venne placata. Alle tre e sette minuti del mattino, il telefono di casa prese a squillare. Lombo sollevò la cornetta, straordinariamente reattivo:

<<Spero sia di VITALE importanza>>

Dall’altro lato rispose una voce amica, che tuttavia Mike non riconobbe subito

<<L’hai mandato al macello. Perché non mi hai detto che avevi intenzione di farmi pedinare? Avrei cercato di dissuaderti…>>

<<Dun, sei tu? Di cosa stai parlando? Non capisco…>>

<<Hanno già trovato il suo corpo, Mike. Domani la notizia sarà su tutti i giornali. È stata lei…me lo ha confessato stanotte…mentre mi parlava nel sonno…>>

Lombo rimase a bocca aperta. Non riuscì a ribattere in alcun modo. Passarono trenta secondi, nei quali nessuno dei due proferì parola alcuna. Fu Duncan il primo a riattaccare. Il giorno seguente la notizia della morte di Ivan apparve su tutti i giornali. Il ragazzo era stato trovato morto vicino all’università, con un palo di legno conficcato nel cuore. Alcune testate, inoltre riportavano un fatto più che insolito: il poliziotto che aveva ritrovato il cadavere avrebbe visto una farfalla dorata uscire dalla bocca del cadavere ancora caldo. Appena dopo la morte, quindi. Mike, dopo aver letto la notizia a colazione, commentò ad alta voce:

<<Quante stronzate, per far notizia…>>

La moglie Carla, intenta ad inzuppare i biscotti nel caffè, annuiva seriosa

<<Caro, quel ragazzo morto…mi sembra di averlo già visto. È per caso venuto a casa nostra, qualche volta?>>

<<No, no, amore. Ti sbagli…>> rispose Mike, rigido.

La morte di Ivan non lo aveva particolarmente scosso. Capita di lasciarci la pelle se fai certe cose, libro delle cattive maniere, capitolo tre. La notizia sconvolgente era la telefonata di Duncan.

<<Come avrà fatto a saperlo…prima della pubblicazione della notizia…che lo abbia ucciso lui?>>

Carla lo osservò dubbiosa

<<Chi?>>

Mike si accorse di aver pensato ad alta voce

<<Oh, scusami amore, ho parlato a sproposito. Ora devo andare in laboratorio, ho delle faccende da sbrigare…>>

La terza apparizione

Passarono gli anni, e la faccenda si complicò parecchio. Le ricerche di Duncan continuarono, fino ad infrangersi contro il solido muro dell’impossibilità. L’esperimento venne replicato sui cani, tuttavia non venne calcolata nessuna differenza di peso post mortem. Duncan cercò di ribaltare a proprio vantaggio i risultati deludenti. Disse che si trattava di una prova inconfutabile del fatto che solo l’essere umano fosse dotato di anima. Iniziarono ad apparire i primi scettici. I più puntigliosi esaminarono i dati degli esperimenti, trovando cavilli a cui aggrapparsi, di carattere qualitativo, quantitativo e metodologico. In poco tempo, nessuno volle più sentir parlare del dottor MacDougall e delle sue fantomatiche scoperte. A Duncan non era rimasto nulla, se non pochi spiccioli e la convinzione che l’anima fosse misurabile. Quella notte sarebbe stata la sua ultima, ne era certo. La donna dagli occhi verdi lo aveva accompagnato, sin dal giorno seguente il loro incontro. La sua voce non aveva mai smesso di tormentarlo, ma lui aveva tenuto duro. Ed era arrivato a scoprire una verità assoluta, che nessun uomo sarebbe riuscito a rivelare al mondo. Nemmeno lui. Scrisse le sue scoperte, e le nascose nell’unico modo in cui la donna non avrebbe mai potuto trovarle. Quella fu la sua più grande colpa. Un atto di meschinità nei confronti delle divinità superiori, che decisero di porre fine alla sua vita la sera del 23 dicembre del 1920. Duncan era intento a riordinare gli ultimi appunti in una squallida camera di un Hotel della periferia di Boston, quando una voce alle sue spalle lo fece sobbalzare:

<<Duncan, ma allora non riesci proprio a stare senza di me!>>

Era lei, la giacca e i pantaloni di pelle attillati. I soliti occhi verdi, spietati.

<<Sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Non ho paura di te. Presto l’umanità conoscerà la verità…>>

<<Dun, l’umanità non sarà mai pronta. Ci abbiamo già provato, con scarsi risultati. La vostra incapacità di accettare le cose…di trovare l’ordine nel caos…è limitante. So che hai nascosto i tuoi veri appunti da qualche parte, ma qualcosa mi impedisce di vedere. Non costringermi a farti del male…>>

Il dottor MacDougal incrociò le braccia e rispose a tono:

<<Le mie scoperte sono più grandi di me. Preferisco morire e consegnare la verità su tutti noi, piuttosto che vivere altri mille anni nella vergogna!>>

Queste furono le sue ultime parole. La donna dagli occhi verdi si trasformò in un essere immondo, e colpì mortalmente il dottor al cuore con una spada. Duncan cadde a terra, ancora semicosciente. Quando esalò l’ultimo respiro, una farfalla dorata uscì dalla sua bocca. L’essere immondo la divorò. Poi, decise di consegnare il corpo del dottore ad un’entità superiore, affinché lo conservasse per l’eternità.

La vita del dottor MacDougall finì quella sera. Le sue scoperte, tuttavia, continuano a vivere da qualche parte, nel mondo moderno, in attesa di essere trovate da menti altrettanto rivoluzionarie, pronte a ribaltare l’equilibrio delle forze dell’universo…

IL QUINTO ASSENZIO

INTRODUZIONE AL TESTO

Il testo seguente, ispirato dalla celeberrima opera “L’assenzio” di Degas, tratta un temi tanto comuni quanto interessanti: il giudizio superficiale del comportamento altrui e la difficoltà di riconoscere determinati nostri comportamenti come causa scatenante di un problema. Il tutto, all’interno di un legame amoroso, condito da concetti atti a richiamare l’epica greca: Hybris e Nemesis. Non ve l’aspettavate, vero? Che burloni che siamo (ah-ah-ah).

Come? Non sai di cosa sto parlando? Leggi gli articoli di approfondimento nella sezione Antiche attualità, per comprendere appieno il significato della storia.

IL QUINTO ASSENZIO

PROLOGO

Due figure solitarie, impresse sulla tela dalla sublime mano dell’artista. Un barbone. E una prostituta. Lo sguardo fisso sul bicchiere dinanzi a lei. Assenzio. Lo stesso liquido incolore che riempie il calice di Giovanni. È il terzo giro, ormai. Ma a lui non interessa. Beve tutto d’un fiato, e rimane ad osservare quel quadro tanto angosciante quanto realistico. L’arte di Degas ha reso tangibile lo stato d’animo della donna. Rassegnazione. Il medesimo sentimento che affligge il disperato osservatore. Il barista conosce Giovanni, sa dell’intricata situazione che lo attanaglia. Prova a sollevargli il morale a modo suo:

<<Ehy, Gio! Non è che se imiti la prostituta di Degas fanno un quadro anche a te!>>

Nulla da fare. Il cliente mostra un sorriso innaturale:

<<Portamene un altro, ti prego>>

Massimo obbedisce a malincuore. Giovanni ritorna serio, riprende ad osservare l’opera d’arte. Trova una certa complicità nella figura della donna. Non è sola. Potrebbe richiamare l’attenzione del barbone che ha a fianco, per condividere i pensieri che affollano la sua mente, e a sua volta ascoltare quelli dell’interlocutore. A giudicarli da fuori, ne avrebbero da dirsi. Perché, invece, non muove gli occhi dal bicchiere? Il quarto giro è arrivato. Il barista evita battute inutili, questa volta. Sono le nove, l’orchestra jazz inizia a suonare. Il pezzo di apertura frantuma il cuore del nostro bevitore d’assenzio, già sanguinante. Riconoscerebbe quelle stanche note ovunque. È un pezzo di Hart Pepper, e porta il nome della donna che lo ha deluso e tradito: Patricia. “Perché mi hai fatto questo?” Pensa disperato, Giovanni. Torna ad osservare il quadro. In quel momento accade qualcosa di straordinario. Il barbone, che fino a poco fa dirigeva lo sguardo a sinistra, gira la testa verso di lui:

<<Ehi, tu!>>.

L’uomo è incredulo. Si strofina gli occhi per due volte, poi appoggia la testa dolorante sul bancone. Dopo cinque minuti alza di nuovo lo sguardo verso il quadro. Il barbone non si è mosso. Lo fissa corrucciato . Ripete:

<<Ehi, tu! Si, dico a te! Sei scemo, per caso? Avvicinati, dannato ubriacone!>>

Giovanni si avvicina al dipinto, esitante. Risponde con un filo di voce:

<<Come fai a parlare? Sei finto…>>

L’altro incrocia le braccia

<<Come ti permetti? Ora ti…>>

Una voce femminile lo interrompe:

<<Marcell, ti prego! Non essere scortese>> ora è la bevitrice di assenzio a parlare

<<Vieni, caro, siedi con noi!>>

Giovanni esplora il bar con lo sguardo. Gli altri clienti sembrano non essersi accorti di nulla. Il barista, fermo alle spine, sta spillando due birre. Probabilmente il quarto giro d’assenzio si sta facendo sentire. La donna, sorridente, lo invita di nuovo a raggiungerla. Giovanni pensa di nuovo a Patricia. Cosa rimane da perdere? La dignità se n’è già andata tempo fa. E poi, cercare di entrare in un quadro appeso ad una parete non ha mai ucciso nessuno. Decide di accettare. Posa una mano sul dipinto. Il mondo intorno a lui comincia a girare fino a confondersi con le macchie multicolori della tela…

 

UNA VERITA’ INASPETTATA

Giovanni socchiuse leggermente gli occhi. Una luce innaturale illuminava la scena. Vide il barista Massimo chiacchierare con una ragazza ad un tavolo. Percepì l’irrefrenabile bisogno di un quinto assenzio. Alzandosi a fatica, sussurrò:

<<Ehi, Massi, un altro giro!>>

L’altro continuò a parlare con la bella, come se niente fosse. Giovanni fece due passi verso di lui. Stava per raggiungerlo quando colpì qualcosa di duro col volto. Cadde a terra di nuovo, dolorante. Tastò con la mano l’aria e scoprì che fra lui e il bar si ergeva una sorta di muro invisibile.

<<Mon amì, dove pensi di andare?>>

La voce dal timbro possente proveniva dalle sue spalle. Voltandosi di scatto, vide. Non poteva credere ai suoi occhi. Dietro a due luridi tavoli sedevano il barbone e la prostituta.

<<Potremmo conoscere il nome del nostro ospite? Ehm…vorresti qualcosa da bere? Dell’assenzio, magari?>> disse quest’ultima in tono gentile.

Giovanni si alzò di scatto, colpendo con tutta la sua forza la parete invisibile

<<Aiutatemi! AIUTO! SONO INTRAPPOLATO QUI DENTRO>>

<<Tutto inutile, nessuno udirà le tue parole. Tra poco sarai libero…dovrai solo osservare. Avanti, siediti!>> Giovanni, sconsolato, assecondò le richieste dei due strampalati personaggi.

<<Va bene, ma come faccio ad andarmene? E poi…osservare cosa?>>

La donna sorrise dolcemente

<<Con calma, c’è tempo. Iniziamo con le presentazioni. Mi chiamo Ellen. Lui è Marcell, detto Marcellin. Siamo lieti di averti con noi. Abbiamo percepito le tue emozioni. Ti mostreremo alcune cose utili per…chiarire i tuoi dubbi. Nulla accade per caso. Presentati, ora>>

<<Dunque…mi chiamo Giovanni, ho ventotto anni. Il mio più che elevato tasso alcolemico mi permette di sostenere un dialogo con una puttana e un barbone puzzolente dipinti in un quadro. Ah, ho una domanda anche io…olio su tela, giusto?>>

Marcel si protese col busto verso di lui, rabbioso:

<<Idiota! Stiamo cercando di aiutarti, e tu ci insulti! Ellen, avanti, spediamo questo bastardo nell’Ade, dove merita di passare il resto dei suoi giorni!>>

La donna scosse la testa. Mise una mano sulla spalla di Giovanni

<<Ascolta, caro. Capisco che tu sia confuso. Non sei obbligato a credere nella nostra esistenza. Sappi però che non siamo né un barbone né una prostituta. Per comprendere meglio la situazione, guarda>> disse, puntando il dito verso la parete invisibile.

L’ampio antro del bar si erano rimpicciolito. I tavoli e il bancone erano scomparsi. Al loro posto figuravano un letto matrimoniale, un armadio a quattro ante e un comodino. Una donna castana e ricciola stava piangendo con il volto sul cuscino.

<<Patricia…>> mormorò Giovanni, completamente rapito…

Patricia piange senza sosta da almeno dieci minuti. Continua a guardare il telefono, in attesa di quella telefonata “Non può essersi dimenticato. Dev’essere uno scherzo…” Pensa, disperata. Calde lacrime cadono sul soffice cuscino. Il calendario appeso sopra al comodino segna il 23/08. Oggi è il suo compleanno. Giovanni, l’uomo che ama, è lontano. In compagnia di un’altra donna. Il tempo passa, il telefono tace. Sono le tre di notte, ormai. Senza accorgersene, Patricia cade in un sonno scomodo, tra lacrime e nostalgici ricordi amorosi…

<<Dicci, mon amì, ricordi quella sera?>> esordì Marcel, incrociando le braccia sul voluminoso petto.

Giovanni si strinse nelle spalle.

<<Ero con una collega. In un’altra città. Sono stato fedele, lo giuro. Però…mi sono dimenticato di farle gli auguri. Per me è normale, non ricordo nemmeno il compleanno di mio padre. Per di più non pensavo se la fosse presa così tanto…dopo qualche giorno sembrava essere tornato tutto alla normalità>>.

Questa volta fu la pacifica Ellen a perdere le staffe:

<<Non mentire! Siamo a conoscenza di ogni cosa…sappiamo bene cos’è successo tra te e la tua collega!!>>.

Giovanni abbassò la testa. I sensi di colpa sfondarono le robuste mura di scuse costruite nei mesi successivi al tradimento.

<<Confesso…sono andato a letto con Anna. C’è sempre stato del tenere fra noi. Ho sbagliato, lo ammetto, tuttavia…>>

Marcel scosse la testa

<<Tuttavia niente. Ti sei macchiato di una colpa piuttosto grave. Inconsapevolmente, hai sfidato gli dei…hybris. Chi ti credi di essere? Zeus, per caso? Dimmi ora, qual la naturale conseguenza della hybris?”>>

Giovanni socchiuse gli occhi, intento a riflettere. Reminescenze degli ormai lontani studi classici affiorarono in superficie.

<<Hybris e nemesis, un atto di arroganza nei confronti delle divinità, corrisponde una nemesi. Una…vendetta divina>>.

Marcel sorrise amaramente

<<Esatto. Gli dei hanno voluto punirti per il tuo comportamento immaturo nei confronti di una donna che ti stava offrendo un pegno dal valore inestimabile: l’amore incondizionato. Tu, al contrario, non hai nemmeno lontanamente compreso il suo valore. Di nuovo, osserva attentamente>>.

Come in precedenza, lo spazio dietro alla parete invisibile mutò. Apparve una sala immersa in un’atmosfera onirica, che rendeva sfumati i contorni, lasciando nitida la scena centrale. Attorno ad un tavolo in legno bruno sedevano un uomo e una donna.

<<Casa mia…e quello sono io!>> Disse Giovanni, riconoscendo se stesso con un paio d’anni in meno…

Patricia solleva la teiera con mano tremante. È tremendamente stressata, vorrebbe condividere i pesanti affanni col compagno

<<Sai, amore, oggi al lavoro il capo…>> tutto inutile.

Giovanni annuisce distratto, lo sguardo fisso sul televisore

<<…cosa ne pensi?>>

Lui si stringe nelle spalle

<<Amore bello, potresti ripetere dal capo? Sono veramente stanco, sai, oggi è stata una giornata pesante…>> Ed inizia a raccontare.

Patricia ascolta, prova ad incoraggiarlo. Come ogni volta, riesce nel suo intento. E, come ogni volta, lui ringrazia e non ricambia.

<<Bene, ora andrò a riposarmi qualche ora…vieni con me?”>> lei rifiuta prontamente

<<Vai pure…io devo…finire delle cose…>> appena è lontano, Patricia prende quella lettera.

È arrivata oggi, da un suo vecchio amico. Più che amici, a dire il vero. I sentimenti per Giovanni sono autentici, non è uno scherzo. Ma lui è sempre assorto dal lavoro, il blog, i clienti del personal training. Apre e comincia a leggere:

Cara Patricia,

innanzitutto spero di non aver sbagliato indirizzo…”

Sorride. Continua a leggere, fino alla fine.

…so che sei impegnata con un altro, tuttavia mi piacerebbe rivederti. Nel caso in cui non dovessi rispondere, non me la prenderei. Anzi, capirei benissimo il tuo comportamento…”

Quelle parole la fanno sentire bene. Allora capisce. Tra lei e Giovanni qualcosa si è rotto. Forse per sempre. Esita ancora qualche secondo. Rispondere al suo amico va contro ogni suo principio. È impegnata, non dovrebbe. Cosa ne sarà di loro? Oh, al diavolo! Impugna la biro e comincia a scrivere parole di fuoco sul pallido foglio:

“Caro Michele,

 sarebbe fantastico rivederti, anche solo per un caffè…”

La stanza si dissolse, lasciando di nuovo spazio al bar. Massimo stava pulendo il locale, giunto a chiusura. Giovanni scosse la testa energicamente

<<è stata tutta colpa mia. Tutta colpa mia…>>

Ellen sospirò, abbracciando dolcemente l’uomo dal cuore infranto

<<Non disperare. Sei qui per un motivo preciso. Come ho detto prima, nulla accade per caso. E noi ti aiuteremo. C’è un’ultima cosa che vogliamo mostrarti, poi sarai libero. Ricordi la notte del tradimento di Patricia?>>

Giovanni rise di gusto

<<Prego ogni notte di dimenticarlo…>>

La donna guardò Marcel, sconsolata. Quest’ultimo prese la parola:

<<Bene. Prima che tu arrivassi per farle una sorpresa…ignaro che lei ne stesse facendo una a te, accadde qualcosa che devi sapere. Lei non ti ha mai tradito…>>

<<Non mi ha mai tradito? Ma se l’ho colta in flagrante! Nel mio letto con Michele, il DOTTOR MICHELE! Dannato!!>>

Marcel si coprì le orecchie con entrambe le mani

<<Cosa mi tocca sentire! Taci, asino, e osserva!>>

La stanza da letto è la stessa della prima scena. Questa volta, però, le persone sul matrimoniale sono due. Patricia bacia Michele con passione. Lui la sta spogliando lentamente, come ogni dolce amante farebbe con la propria donna. Lei chiude gli occhi, si morde le labbra ad ogni bacio sul candido collo. Ad un tratto, però, lo allontana

<<Michele, non ne sono sicura…>>

L’uomo sospira, spazientito

<<Patricia, sei stata tu ad invitarmi qui, a sedurmi col tuo corpo, con la tua voce. Perché vuoi fermarti, ora?>> lei conosce benissimo i motivi del suo comportamento. Ma non può spiegarlo.

Non può confessare di aver percepito il profumo di Giovanni sul cuscino. Quel profumo, dolce e così forte, che la fa sentire al sicuro. Che le ricorda quanto tenga a lui, al di là di ogni cosa.

<<Michele, scusami. Sono molto confusa…è stato un errore>> si alza, comincia a vestirsi

<<Credo dovresti andartene, ora…>>

lui la imita, sdegnato

<<Complimenti. Meriti quello maledetto che dorme accanto a te ogni notte!>>

È geloso. Anche se non ne avrebbe il diritto. Patricia esplode:

<<Non parlare in questo modo di Giovanni! Non lo conosci!>> Si avvicina e lo colpisce al volto con uno schiaffo.

In quel preciso istante Giovanni entra in camera da letto. I due amanti non hanno sentito né la macchina, né la porta, troppo impegnati a litigare tra loro…

<<Allora?>>

La pesante voce di Marcel distrasse dalla visione Giovanni, che di tutta risposta scoppiò in un pianto sommesso. Ellen lo abbracciò di nuovo:

<<Non piangere, tesoro mio. Abbiamo un rimedio per la tua situazione. Vedi questo?>> disse, indicando il bicchiere sul tavolo davanti a lei

<<Ecco, è il tuo pharmakon. Nel caso non te lo ricordassi, un pharmakon può essere sia veleno che medicina. Noi stessi non siamo a conoscenza degli effetti che potrà sortire. Tuttavia, è l’unico modo per risolvere la tua situazione. Se gli dei ti avranno perdonato, guarirà. Altrimenti…>>

Giovanni alzò lo sguardo verso il calice. Il quinto giro lo stava aspettando.

<<Potrei morire?>>

Marcel ed Ellen si scambiarono uno sguardo di intesa. Risposero in coro:

<<Come ti abbiamo detto, è impossibile conoscere a priori gli effetti del pharmakon. Tutto quello che possiamo fare, l’abbiamo fatto. A te la scelta>>.

Giovanni impugnò il calice, dubbioso. Dopo essere entrato in una replica di Edgar Degas, e aver parlato con i personaggi dipinti, cosa sarebbe potuto accadere ancora? Bevve tutto d’un fiato il liquido verdastro. Come all’inizio, lo spazio circostante prese a girare in un disordinato vortice temporale…

Epilogo

 

Giovanni apre gli occhi lentamente. L’ambiente gli è famigliare. Prima di realizzare dove si trovi, percepisce una voce altrettanto famigliare…

<<Sai amore, oggi al lavoro il capo mi ha trattata come una schiava. È uno psicologo, dovrebbe sapere come valorizzare gli esseri umani. A maggior ragione i propri colleghi. Mi stupisco, ogni giorno di più…tu cosa ne pensi?>> si tratta di Patricia.

Indossa degli shorts di jeans e una magliettina che le arriva allo stomaco. È stanca, stressata. Lui capisce. La stringe a sé e la bacia dolcemente su una guancia

<<Penso che anche gli psicologi abbiano dei momenti no. Sii paziente. Le cose andranno meglio. Ti va se guardiamo un film?>> lei pare sorpresa. Lo bacia a sua volta e annuisce.

Giovanni ora è sereno. Il computer inizia a trasmettere. Patricia si è già addormentata tra le sue braccia, tranquilla. Come ogni volta, del resto. Lui le accarezza la testa, poi alza lo sguardo verso il quadro posizionato sulla parete davanti a loro. Un Barbone e una prostituta, direbbe uno stolto. Ma Giovanni sa che c’è molto di più in quel dipinto. Il barbone si gira verso di lui strizza l’occhio. L’uomo ricambia con un sorriso devoto. Questa volta è pronto a tutto. Difenderà il suo amore a costo della vita, amandola incondizionatamente come lei ha sempre fatto con lui…

Tragodia