Capitolo 10 – Denti da ratto

…premette sul polso per girarlo verso di sé. Al tatto, percepì un battito cardiaco estremamente accelerato. Decisamente troppo elevato per una persona priva di sensi. Andrea si mosse repentinamente. Mise un braccio attorno alla gola dell’ignaro visitatore. Con la mano opposta premette la fredda canna della pistola sulla tempia nemica. “Adesso mi dici chi cazzo sei. E soprattutto, perché non dovrei farti saltare il cervello all’istante…cinque secondi a partire da ora”. L’altro cominciò ad ansimare rumorosamente “Luigi…sono…Luigi…l’amico di Adelina…” Il detective si mosse verso l’unica lampada rimasta intatta. La luce rivelò il terribile aspetto di Luigi

<<Che occhi…cosa ti sei calato prima di venire qui? Ne avresti ancora una dose?>>

Gettò a terra la pistola, scarica a causa dello scontro precedente, e si lasciò cadere a terra.

<<Anche tu vuoi uccidermi, vero? Bene…non ho intenzione di porre altra resistenza…>> di tutta risposta, Luigi sedette accanto a lui e sorrise, mettendo in mostra gli orrendi canini

<<Sono venuto per salvarti, ma temo di essere arrivato leggermente in ritardo. In ogni caso, vorrei dirti quello che posso>>

Andrea agguantò sogghignando la bottiglia di Brandy, che come la lampada non aveva subito danni. Dopo cinque lunghi sorsi, assunse un’aria decisamente più rilassata

<<Ora sono pronto ad ascoltare qualsiasi cazzata tu abbia da dire, mostro>>

I due rimasero a fissarsi per un paio di minuti, in silenzio. Spazientito, il detective brandì la bottiglia come fosse una spada, rovesciando parte del prezioso liquido sul divano.

<<Muoviti! Sono le quattro del mattino, e dopo una seratina del genere non mi spiacerebbe chiamare i colleghi e dare una ripulita a questa stalla del cazzo. E magari, dare la caccia a quella sgualdrina…>> Luigi sorrise con aria preoccupata

<<Bene, iniziamo…dimmi…cosa pensi io sia?>>

Andrea si avvicinò di più, osservando da vicino lo strano individuo. Occhi rossastri, orecchie pelose, più lunghe del normale. Denti lunghi come coltelli di un macellaio.

<<Ad occhio e croce, un roditore. Un grosso e grasso topo di fogna con i denti troppo cresciuti>>

<<Essenzialmente, si. Di certo il ratto è l’animale che mi assomiglia di più. Tuttavia, la mia gente è stata chiamata con vari nomi. Succhiasangue, sanguisughe, vampiri…>>

Andrea scoppiò in una fragorosa risata, spargendo brandy per la stanza

<<Accidenti! Pensavo di essere io l’alcolizzato!>>.

Luigi continuò a parlare, come se niente fosse

<<Ci sono diverse specie di vampiri. Io appartengo alla più mite. Ci nutriamo principalmente del sangue di piccoli mammiferi.  Niente vergini o cose simili. Le vergini servono, si, ma a fabbricare utensili magici. Abbiamo però cugini più grossi che consumano regolarmente sangue umano. O meglio, consumavano, al giorno d’oggi si sono estinti.>>

Il detective trangugiò l’ultimo sorso di alcolico, sempre più confuso. Una bottiglia di meno di un quarto d’ora.

<<Non capisco…vampiri, belle donne che si trasformano in mostri alati. E, soprattutto, perché tutto a casa mia?>>

Luigi esortò a raccontare l’accaduto nei minimi particolari. Appena l’uomo ebbe finito, disse:

<<Ali d’oro, serpenti al posto dei capelli. Era una delle tre Gorgoni. E mi stupisce che un essere umano sia rimasto illeso.>>

<<Illeso? Amico, ho la testa che mi scoppia, lividi fino al buco del culo…>>

<<MI spiego meglio. Vedi questi?>> disse il vampiro, indicando una miriade di piccoli buchi di dimensioni variabili sul parquet

<<Sono stati provocati dal sangue della Gorgone…altamente corrosivo. Il fatto che tu abbia il suo sangue sulla pelle, e che questo non ti abbia ucciso, non ha una spiegazione logica>>

Andrea abbassò lo sguardo sul petto, e vide numerose chiazze rossastre sulla sua pelle.

<<Tuttavia, la gorgone è l’ultimo dei tuoi problemi. La farfalla dorata che mi hai portato è un antico simbolo, rappresenta la morte, ma anche la rinascita. Gli esseri umani, tuttavia, non possono vederla, perché essa non fa parte del mondo che conosci. Sei sicuro di essere…>> e si bloccò di colpo, drizzando le orecchie a punta.

<<Dobbiamo andarcene, e alla svelta. Ti porterò al sicuro, fidati di me>>

Andrea avrebbe voluto protestare. Si guardò attorno, dubbioso. Le assi del parquet devastate, televisore e sedie nei muri, e dopo la bottiglia di brandy, un tasso alcolemico da elefante. Decise di seguire Luigi, che nel mentre aveva assunto di nuovo un aspetto vagamente umano.

In cinque minuti di macchina raggiunsero uno spazio verde tra due enormi complessi residenziali. Avvicinandosi al prato, Andrea vide una casella della posta vecchio stampo: un pezzo di latta rossa malamente impalato su un grezzo bastone di legno. Luigi estrasse un pugnale argenteo e incise un ampio taglio sul palmo, facendo il sangue all’interno della latta. Una vecchia casa si materializzò dal nulla. Dopo aver pulito accuratamente l’arma sull’erba, disse:

<<Entra. Troverai una persona…insomma, qualcuno che potrà aiutarti. Io devo andare a trovare dei vecchi amici per capirci qualcosa…>> e si fiondò in macchina senza attenere risposta alcuna.

Andrea sospirò sconsolato. Una decina di ore fa, una donna provocante si era trasformata, sul suo bel divano, in un orrore volante con vipere al posto dei capelli, e ali di piombo. Poco dopo, un grosso topo parlante l’aveva probabilmente salvato da morte certa, portandolo davanti alla casa di un presunto alleato. Avrebbe raccontato questo, ai colleghi? Non aveva scelta. Si incamminò con passo lento verso la casa, più confuso che mai…

FINE PARTE PRIMA

Capitolo 9 – Gorgo Gorgonis

…il cappuccio calò sulle spalle, mostrando cosa si celava dietro all’oscurità. Una donna mora, capelli ricci e spettinati, la carnagione scura e un seno prosperoso ben in vista “Buonasera…mi chiamo Claudia…perdoni l’orario. Probabilmente non mi conosce…ma io so chi è lei. Vorrei farle delle domande alle quali solo lei, detective, è in grado di rispondere”. Andrea nascose la pistola dietro la schiena “Vede, è buffo. Di solito le domande le faccio io…con chi ho l’onore di parlare?” La donna assunse un’aria triste. Senza alcun apparente motivo, iniziò a piangere “Sono la moglie di…Marko…l’ingegner Montelli. Perché è stato ucciso? Perché?? Prima la storia di Giovanni, poi quell’ispettore che salta fuori dal nulla e me lo porta via…non ha senso! E io sono sola, ogni giorno sempre di più. Mi sembra di impazzire…”. Andrea la osservò attentamente. Durante la sua carriera aveva avuto modo di osservare il dolore, in ogni sua forma, fino ad arrivare a sperimentarlo sulla propria pelle dopo la morte di Alice. In quel momento gli venne in mente una vecchia scena alla quale aveva assistito almeno una decina di anni prima. Una vedova che, straziata dal dolore, si piegava sulla bara del marito, continuando ad urlarne il nome. Il viso della bella Claudia non celava inganni, ma anzi, era trasparente. Da esso si poteva scorgere l’autentico dolore per la perdita del suo caro. Il detective ripose l’arma nella fondina e si protese in un caldo abbraccio. Zampilli di pioggia cominciarono a scendere dal cielo nero. “Venga dentro…le dirò tutto quello che so…” e si avviarono verso la casa.

Claudia continuò a versare lacrime per dieci minuti buoni “Si, non era perfetto…anzi. Mi tradiva spesso, ma l’ho sempre perdonato. Sentivo che sarebbe diventato il padre dei miei figli…e ora? Cosa mi resta? Una manciata di cenere e disperazione!” Andrea, seduto dalla parte opposta del divano, non osava interromperla. Quando la vedova smise di piangere, si avvicinò “Posso comprendere il suo stato d’animo. Anche a me è capitata la stessa cosa. Ho perso la mia perfetta metà…avevamo ancora tanto da fare…e non parlo solo di figli e matrimonio. Sa…a volte mi mancano le piccole cose. Tornare ubriachi e felici dopo un pranzo coi parenti e finire la serata ancora peggio…osservare la sua espressione dopo uno dei miei soliti scherzi ben riusciti. Pensavo che saremmo invecchiati insieme, mano nella mano…e invece un pazzo me l’ha portata via”. Lei si asciugò le ultime lacrime “Dammi del tu, ti prego. Mi spiace per la perdita di tua moglie…e, se posso chiedere…come hai fatto ad andare avanti?” Andrea si strofinò più volte il mento con la mano “All’inizio è un inferno. Personalmente, mi sono lasciato andare. Non sono mai stato astemio, ma dalla morte di Alice, beh…non ricordo un giorno da sobrio. A causa di una profonda depressione ho rischiato il licenziamento, e persino la morte. Poi, finalmente ho capito che lei non sarebbe stata d’accordo…e ho cercato di dare una risistemata alla mia vita”. Claudia si fece più vicina. Senza volerlo, il detective ebbe modo di poter osservare ancora meglio i sensuali seni della donna “Le tue parole mi infondono coraggio…sento che sarà dura, ma posso farcela. Ti ringrazio infinitamente…e ora, se puoi capirmi come dici, raccontami…cos’è successo la notte dell’omicidio? Il tuo capo ha ucciso mio marito?” Andrea sollevò lo sguardo verso il volto della donna. “Si…ovviamente. L’ha accoltellato senza pietà…” Lei assunse un’aria incredula “No, è impossibile. Semplicemente impossibile. Avanti, dimmi la verità…io so tutto…o quasi…” Andrea rabbrividì. Quale significato potevano avere le parole della donna? “Non capisco a cosa ti riferisca. Il mio capo ha accoltellato tuo marito…” Lei sorrise, ironica “No, un essere umano non avrebbe mai potuto uccidere mio marito. Detective…vieni qui…” Con un movimento molleggiato gli fu in braccio, mettendogli le braccia attorno al collo. In quella posizione, Andrea non riuscì a staccare lo sguardo dagli incredibili seni, a pochissimi centimetri dal suo volto “Ti piacciono, vero? Sei un ragazzaccio…un vero porco. Una vedova addolorata viene a farsi consolare a casa tua, e tu cosa fai? Le guardi le tette tutta la sera…” Lui non riuscì a ribattere, come paralizzato “Allora, dimmi…sono stati i mietitori? Hai visto delle farfalle dorate, per caso?” Andrea annuì, completamene soggiogato. Poi notò qualcosa di estremamente bizzarro: i capelli ricci della donna si muovevano in modo innaturale a destra e a sinistra, come se animati da una forza sconosciuta. Allora cercò di divincolarsi dalla presa, ma fu tutto inutile. La donna cominciò a stringergli il collo con entrambe le mani. La pressione era sempre più forte. Senza pensare, Andrea estrasse la pistola dalla fondina e fece partire due colpi ad altezza stomaco. Sussultando, Claudia si ritrasse, in modo tale da mostrarsi completamente: le pupille, notevolmente assottigliate, ricordavano quelle di un rettile. I riccioli cominciarono a sibilare, come una moltitudine di spietati serpenti. Il detective premette nuovamente il grilletto, tuttavia i proiettili si infransero su una lamina dorata: ali. Due ali lucenti, forti come il metallo. La creatura si alzò in volo fino a raggiungere il soffitto “Perché lui? Tu hai le rispose…perché non dici nulla? Ah, non importa…ti torturerò fino alla morte!” E si scagliò con forza verso Andrea, che tuttavia schivò il colpo lanciandosi verso sinistra. Caricando l’arma alla velocità della luce, colpì nella schiena il mostro, che si accasciò al suolo. Pensando di avere avuto la meglio, Andrea diede le spalle all’aggressore. Gli fu fatale. Una delle due ali lo colpì alla testa, facendolo sprofondare in un coma profondo…

 

Luigi uscì di casa appena finita la preparazione dell’intruglio. Giunto alla casa del detective, trovò ad accoglierlo un silenzio innaturale. Stava per bussare alla porta, quando si accorse della moltitudine di schegge trasparenti sul vialetto: come se le finestre di quella che voleva essere la sala fossero esplose dall’interno. Senza pensarci due volte iniziò a trasformarsi. I canini si allungarono fino a sporgere leggermente dalla bocca. Gli occhi divennero rossi come il laser di un puntatore. In quel modo avrebbe potuto vedere nitidamente nelle tenebre. Aprì leggermente la porta e diede una sbirciatina. Niente. Per essere sicuro di essere solo, emise un suono spettrale, impercettibile all’orecchio umano. L’onda si propagò velocemente per tutta l’abitazione fino a tornare alla fonte originaria. Dalle informazioni sonore, Luigi scoprì che vi erano altri tre esseri viventi all’interno: due anomali di piccola taglia, probabilmente topi, e un essere umano. Il vampiro entrò lentamente, attento ai cocci. La sala era in condizioni pietose: i divani interamente lacerati, il televisore tagliato a metà per il lungo. Pezzi di parquet dovunque, alcuni infilati nei mobili o sul soffitto. A giudicare dal casino, chiunque fosse stato mandato aveva probabilmente portato a termine la missione: eliminare Andrea. Luigi scorse il corpo del detective a terra, di fianco ad uno dei due divani. Senza esitare, si avvicinò all’uomo nel tentativo di aiutarlo…

 

Capitolo 8 – Il marchio della farfalla

La ragazza era seduta sullo sgabello in una piccola stanza con un misero divano e uno televisore a venti pollici con tubo catodico. Appoggiò la tunica di lino sul bel seno prosperoso, si legò i capelli e cominciò a ricamare pentacoli sul fine tessuto bianco. Osservò la montagna di lavoro che l’aspettava, e sospirò “Papà, non capisco perché debba sempre essere io a ricamare questi stupidi disegni senza senso! Ѐ l’ultima volta, giuro!!” Un ometto basso, calvo e in carne fece capolino dalla stanza adiacente “Greta, ma allora quando parlo non mi ascolti! Non posso farlo, devi essere tu per forza! Una ragazza vergine, VERGINEE! Se saltiamo questo passaggio, l’incantesimo finale non avrà effetto!”  Greta sorrise maliziosamente “E sentiamo, chi ti ha detto che io sarei ancora vergine?” L’uomo calvo strabuzzò gli occhi, stupito “Cosa…cosa stai dicendo? Hai diciotto anni, non dire assurdità! AH, aspetta che lo sappia tua madre!” La ragazza non riuscì a trattenere una tremenda risata “Scherzo, papà! Sta tranquillo. Però sono stufa, davvero. Penso che mi troverò un bel fidanzato”.  L’omino finse di sorridere e se ne tornò nella stanza dal quale era sbucato. Il rituale era molto delicato, una cosa fuori posto e la magia non avrebbe avuto alcun effetto. “Allora, vediamo…la tunica ricamata dai una vergine…poi, nell’unguento vanno sangue di capra, unghie di gatto e…accidenti, non ricordo!” La stanza ospitava due scaffali pieni di libri vecchi almeno quanto lui. Ne prese uno piuttosto rovinato “Sangue di rospo, si! Sangue di rospo e rosa del deserto”. Prese un pentolino e mescolò gli ingredienti con cura. L’unguento andava preparato in fasi di luna crescente, come indicato dal rituale. “Perfetto, ora manca solo la lacrima di vampiro. Spostò uno dei tanti libri su uno degli scaffali e prese una boccetta trasparente, che però non conteneva nulla. L’omino si strinse nelle spalle “Ahh, mi tocca riempirla di nuovo!” Cominciò a pinzarsi con una tenaglia un dito. Dopo poco cominciò a piangere dal dolore. Raccolse le poche lacrime nella boccetta, poi tornò al pentolino. L’inserimento delle lacrime di vampiro nell’unguento era il passaggio più delicato. Si chinò lentamente. Il liquido incolore stava per colare nell’intruglio, quando il suono del campanello lo costrinse ad un brusco movimento della mano destra. Luigi osservò impotente la boccetta frantumarsi in tanti piccoli pezzettini. Maledicendo il cielo, chiese alla figlia chi fosse alla porta “Una tale Adelina e un suo amico…per una torta!” L’uomo strabuzzò gli occhi. Con tutto quel daffare si era completamente dimenticato della torta di compleanno per la figlia di Adele. Fortunatamente aveva appena finito di cucinare un antico dolce medievale commissionatogli da un ristorante per la prossima settimana. Si coprì con un panno il pollice sanguinante e accolse i due in soggiorno “Adele, è quasi pronta. Devo solo…scrivere il nome ed è fatta! Dammi cinque minuti!” Lei sorrise “Non c’è problema. Vorrei presentarti Andrea, un mio vecchio amico. I due si strinsero la mano. Nel portare il braccio verso il cuoco, il detective fece scivolare volontariamente un disegno raffigurante una farfalla dorata per terra. Luigi lo raccolse, osservandolo perplesso “E questo cosa sarebbe? L’avete rubato ad un bambino?” Andrea si strinse nelle spalle “L’ho fatto io. Mi piace disegnare…è già la terza volta che faccio lo stesso sogno. Una farfalla dorata che spicca il volo da esseri umani morti. Più che sogno, direi incubo” L’omino grassoccio allontanò il pezzo di carta dalla sua vista, come disgustato “Una farfalla…interessante. Sono appassionato di simbologia…potrebbe avere molti significati. Starei qui a parlare con voi per ore di disegni o sogni, purtroppo in questo periodo ho parecchio da fare…ora se non vi dispiace…” disse, indicando la porta. Adele sollevò il sopracciglio sinistro “Non stai dimenticando qualcosa?” Il cuoco parve innervosirsi “Sulle farfalle? Non saprei dire nulla di più. Perché continuate ad insistere?” La donna sollevò gli occhi al cielo “Luigi, per l’amor di dio. Sto parlando della torta!”  Lui sorrise, imbarazzato “Oh, certo, vado subito a prenderla!”

Appena i due ospiti se ne furono andati, Greta si avvicinò al padre con fare affettuoso, chiedendogli perché uno stupido disegno con una farfalla l’avesse innervosito così tanto. “Greta, non puoi capire. La farfalla dorata…sono i divoratori…” La ragazza rise divertita “I divoratori? I mostri delle fiabe che mi raccontavi quando avevo sei anni? È ridicolo!” Luigi cadde pesantemente sulla poltrona “Tu sei troppo giovane, non puoi capire. Segui il mio ragionamento. Noi siamo vampiri. I vampiri, per gli esseri umani, sono frutto della fantasia di pazzi scrittori psicopatici. Ora…se noi siamo reali, cosa vieta ai mostri dei nostri racconti di esistere?” Greta si strinse nelle spalle, dubbiosa. “Figlia mia, non so in quali casini si sia infilato quel detective, ma potrebbe essere in pericolo. Se è vero ciò che dice…allora i divoratori vogliono mostrarsi a lui. Una cosa del genere non è mai accaduta…mai!”. La ragazza si alzò di scatto, facendo rovinare a terra le tuniche ricamate “Se è nei guai come dici, dobbiamo avvertirlo. Lui non sembra sapere nulla né di vampiri né di divoratori…” Luigi scosse la testa energicamente “Tu sottovaluti la situazione. Potrebbero esserci conseguenze anche per noi. Non vorrei mai che ti accadesse nulla. Tua madre mi ucciderebbe!” “Ah, è così? Allora, ricamateli da solo, questi vestiti idioti!” Rispose, chiudendosi nella sua stanza. Luigi stava per ribattere, ma il suono della serratura lo dissuase. Meglio tacere, in casi come queste. Tornò nel laboratorio a finire l’intruglio. Si pinzò di nuovo il dito. Il dolore, più forte del solito, lo costrinse ad indietreggiare, colpendo una pila di libri che caddero a terra. Ne raccolse uno, intento a rimetterlo al suo posto. Nel leggere il titolo, rimase senza fiato “Divoratori: tra storia e leggenda”. Sfogliando le prime pagine, vide il ritratto di uno dei mostri. Il corpo da uomo, due ali candide e il volto di farfalla. Andando più a fondo, lesse di un cacciatore che aveva avuto incontri ravvicinati con i divoratori. Un passaggio lo incuriosì particolarmente “…prima di incontrarli, vidi una farfalla dorata, leggera, apparsa dalla bocca del cadavere di un uomo che io stesso uccisi per vendetta…”. L’amico di Adele aveva detto di aver sognato le farfalle dorate “E se quel bastardo avesse mentito…se invece l’avesse vista dal vivo?” disse tra sé Luigi. Il resoconto del cacciatore continuava, descrivendo i divoratori come esseri soprannaturali, dalle abilità sovrannaturali, tra le quali forza eccezionale e capacità di bloccare lo scorrere del tempo “Nonostante le loro straordinarie qualità I divoratori agiscono per ristabilire l’equilibrio, senza alcun atto di volontà. Il fatto che io sia stato avvicinato da esseri simili mi ha tolto il sonno. Ogni cosa che accade negli altri universi trova la sua causa nell’universo 1. Ed essendo stato esiliato, non posso sapere…” Luigi chiuse il libro, tanto vecchio quanto pesante. Nella gerarchia degli universi, un cacciatore rappresentava forse il gradino più alto della razza umana. Se anche un essere dalle sue potenzialità non aveva potuto nulla contro i divoratori, cos’avrebbe potuto combinare l’amico di Adele? Decise di aiutarlo. I suoi poteri di vampiro anziano l’avrebbero facilitato nella ricerca della casa e nell’eventuale lotta.

Andrea accompagnò a casa Adele. Durante il tragitto ebbero modo di scambiarsi le rispettive opinioni sul sospetto comportamento di Luigi “Si…evidentemente ha paura” diceva il detective, eccitato “L’ho visto sul suo volto…una paura genuina. Devo portarlo dentro e interrogarlo!” Adele scosse la testa “Portarlo dentro per cosa? Andrea, non dire assurdità. Capisco che tu voglia saperne di più. Se questa cosa sarebbe successa a me, probabilmente sarei già impazzita da un pezzo. Ma non avere fretta…” “Fretta è il mio secondo nome, lo sai. Potrei utilizzare un pretesto qualunque. Una multa non pagata, qualsiasi cosa…” Adele provò con tutte le sue forze a dissuadere l’amico dal compiere mosse azzardate “Va bene, mi hai convinto!” Le rispose lui, prima di salutarla. Lei annuì poco convinta e chiuse la portiera. Rimase fuori in giardino fino a quando l’automobile non scomparve nel traffico, poi volse lo sguardo al cielo, supplichevole. Si rivolse a un dio col quale spesso era entrata in conflitto, pregandolo di aiutare Andrea.

Grazie al traffico cittadino, il detective arrivò a casa per le 23 30. Appena sceso dalla macchina, si accorse di una losca figura nel viale di casa sua. Era alta, vestita di nero, con un cappuccio che le copriva il volto. Andrea si avvicinò lentamente, con la mano sulla pistola. Anche l’altro si mosse con passo deciso in direzione del detective. “Chi sei…cosa vuoi?” Chiese Andrea, quando furono abbastanza vicini. Di tutta risposta, il misterioso individuo si tolse il cappuccio…

Capitolo 9

Capitolo 7 – Maya Diaz

Il ragazzo fumava, in un vicolo. Era vestito di stracci. Ai piedi un paio di scarpe bucate, scolorite dai troppi lavaggi. Prese con l’indice e il pollice la sigaretta, distanziandola leggermente dalla bocca. Espirò un denso fumo bianco. L’aroma pungente sprigionato dalle illecite sostanze contenute nella cosiddetta sigaretta riempirono il vicolo in pochi secondi. “Non c’è niente di meglio di una canna, quando sei giù. Ma che dico, non c’è niente di meglio di una canna…e basta”. Sussurrò, compiaciuto. Aveva iniziato ad assumere droghe leggere di ogni tipo da un paio di mesi. Da quando gli avevano diagnosticato un cancro al cervello. Sua madre piangeva ininterrottamente da giorni. Il padre neanche c’era. La vita non era stata gentile con lui, né lo sarebbe mai stata. Iniziò a fare su un’altra canna, sempre con lo stesso flemma, canticchiando una canzoncina malinconica che spesso passavano in radio “Che fretta c’è? Tutti, se ne vanno, prima o poi…canta con noi, canta con noooi!” Improvvisamente, una folata di aria gelida lo investì, facendo cadere a terra cartina, filtro e marijuana. Il ragazzo si gettò sul cemento disperato, cercando di recuperare la preziosa sostanza. Qualcosa di tremendamente duro lo colpì alla testa, tanto da farlo sanguinare. Alzò lo sguardo e vide una figura incappucciata. Impugnava una sbarra di ferro arrugginita. “Chi diavolo sei? Cosa vuoi da me? Non ho niente da darti, niente!” Esclamò il ragazzo, tenendosi il capo con entrambe le mani. L’aggressore si tolse il cappuccio “Ti sbagli. C’è qualcosa che puoi darmi…prima che sia troppo tardi. Non temere, sono qui per aiutarti”. Il ragazzo, vedendo cosa si nascondeva dietro al cappuccio, rimase allibito. Si strofinò più volte gli occhi, dimentico del lancinante dolore dovuto al colpo. Non poteva essere reale… probabilmente un effetto della marijuana. Come se avesse letto nei suoi pensieri, l’aggressore esclamò “No, non può essere stata la cannabis. Ne hai fumata troppo poca…vieni con me…” Con un movimento tanto fluido quanto innaturale, colpì nuovamente il malcapitato alla testa. Egli cadde privo di vita, irrorando il grigio marciapiede con giovane sangue umano.

Il cadavere venne trovato da una vecchia, che non capendo subito la situazione provò a rianimare con un paio di schiaffi. Andrea e altri due agenti vennero mandati dal nuovo ispettore capo sul luogo del delitto. Appena arrivato, ispezionò il cadavere e lo spazio circostante. Vide la spranga insanguinata a pochi passi dal corpo. La parte pulita della spranga era ripiegata all’interno, come se qualcuno l’avesse stretta così tanto da romperla. “Ehi Andrea, guarda qui. C’è tutto l’occorrente per sballarsi”. Disse Maya Diaz, uno degli altri poliziotti. Il detective si avvicinò, e vide un filtro, una cartina lunga e almeno mezzo grammo di Marijuana finemente tritata. Ispezionò il cadavere, trovando un grinder, un portafoglio con i documenti e un accendino. “La nostra vittima faceva uso di droghe leggere, a quanto pare. Vai in centrale e scopri tutto quello che puoi su…uhm…” Estrasse la carta d’identità dal portafoglio e lesse il nome del ragazzo “Alfonso Carrozo”. Maya annuì seria “Vado subito!” rispose lei, avviandosi rapidamente verso la volante. Andrea tornò al cadavere. Stava per esaminare il volto del ragazzo, ormai irriconoscibile, quando con la coda dell’occhio, percepì un luccichio alla sua destra. Voltandosi, vide quello che non avrebbe mai voluto vedere: una farfalla dorata era appoggiata alla nera parete. Senza badare al rumore, cominciò ad urlare e a gesticolare verso lo strano insetto. Gli altri presenti sulla scena del crimine trasalirono. La vecchia testimone si gettò a terra spaventata, mentre dall’altro collega di Andrea si avvicinò velocemente “Che succede?” “Il muro…il muro!”. Ma, anche stavolta, Il detective fu l’unico a vedere il prodigio, scomparso senza lasciare alcuna traccia.

Una decina di minuti dopo arrivò l’ambulanza, seguita dai medici della scientifica. Il detective tornò alla centrale, più confuso che mai. Trovò Maya al computer, intenta a finire la ricerca su Carrozo. “Vive con la madre di fianco all’ospedale civile, nello stesso quartiere in cui sono cresciuta. Non è un bel posto, e se non riesci ad andartene, beh…le droghe leggere sono il male minore”. Andrea guardò Maya attentamente: circa sul metro e sessanta, carnagione scura e capelli biondo secco. Non doveva avere più di venticinque anni, ma non si comportava affatto come una novellina. Sorrise compiaciuto “Bene, ottimo lavoro. Andiamo a fare due chiacchiere con la madre. Sono sicuro che parlerà più che volentieri con te…hai all’incirca l’età del figlio e conosci il posto…”. Lei ricambiò il sorriso, e lo seguì entusiasta verso la volante. Dato che la polizia non era ben accetta nel quartiere, posteggiarono la macchina nell’immenso parcheggio di un ospedale a poche centinaio di metri di distanza. Raggiunsero l’indirizzo a piedi in poco più di cinque minuti. Davanti ai loro occhi si ergeva una schiera di condomini cadenti. Case popolari con finestre bucate e i muri scricchiolanti. Citofonarono più volte al nome “Carrozo”, ma nessuno rispose. Maya scosse la testa “Probabilmente è guasto…qui nessuno si prende la briga di sistemare certe cose… chiediamo a qualcuno”. Fermarono la prima persona che videro: un uomo pallido, alto, con un caschetto di capelli marrone scuro. “La signora Carrozo? Si, al secondo piano a sinistra. Dovrebbe esserci la targhetta. C’è qualche problema?” Andre rispose in tono garbato “Dobbiamo metterla al corrente della scomparsa del figlio…lei conosceva Alfonso Carrozo?” il gigante assunse un’espressione dispiaciuta. “Oh, si, lo conoscevo eccome. Qui tutti conoscono tutti, anche se siamo tanti. Era un gran bravo ragazzo. È stato il tumore, vero?” Maya piegò la testa verso destra “Il tumore?”. L’uomo spiegò brevemente di come quel ragazzo, così giovane e puro, era incappato nel peggiore dei mali senza meritarlo. “Non so altro. Credo che Anna…ehm, voglio dire, la signora Carrozo potrà darvi ulteriori informazioni. Ora devo andare, scusate!” E sparì dietro ad una rampa di scale. Andrea guardò Maya, che si strinse nelle spalle. La signora Carrozo li accolse con cortese falsità. Entrambi percepirono dai modi e dalle espressioni un certo odio nei confronti delle forze dell’ordine “Se siete qui per mio figlio, sappiate che…sta morendo. Non dategli altre pene, voialtri!” Si accomodarono in quello che doveva essere il soggiorno. Un tavolino di legno bucato, due sedie di plastica e una poltrona gonfiabile piena di macchie marroni. Maya attese che anche la padrona di casa si sistemasse, poi cominciò a parlare “Signora mi ascolti…capisco la situazione. Sono cresciuta anche io in questo quartiere…” La donna incrociò le braccia nervosa “Si, davvero? Allora lasciatemi in pace!” “Signora, siamo qui per avvisarla della morte di suo figlio…” La donna inizialmente non voleva credervi, poi scoppiò in lacrime.  Disse che il figlio era intelligente, avrebbe voluto studiare e lavorare “Il tumore me l’ha portato via…ha cominciato a drogarsi. Io sapevo, ma non avevo idea di come comportarmi. Stava morendo…morendo!! Voi come vi comportereste con un figlio che sa di essere morto anche se può respirare?” I due detective, dopo aver provato a confortare la madre ferita, tornarono alla stazione di polizia privi di risposte concrete. Una volta in macchina, Maya sospirò “Il solito omicidio senza un colpevole. So come funziona…ne ho visti tanti di casi del genere. Giovani ragazzi di quartieri malfamati trovati morti, senza una famiglia alle spalle. Lo archivieranno in un lampo…e l’assassino la farà franca” Andrea percepì una genuina rabbia nelle parole della collega. Avrebbe voluto confortarla, dirle che no, non era il solito omicidio. Che c’era una connessione tra quello e il caso Manzese. Ma non poteva. Maya percepì la sua esitazione “Che succede? Sai qualcosa che io non so?” Il detective vacillò. Avrebbe potuto provare a spiegarle gli ultimi avvenimenti. Giusto per avere un alleato sul lavoro. L’agente Diaz sembrava giovane, desiderosa di imparare. Forse avrebbe capito, forse…la vibrazione del telefono lo distrasse “Pronto, si…ah, Adele!” “Andrea, passa da me domani alle 11. Andiamo a far visita a Luigi, per capire se potrà esserti utile…” “Va bene, confermo. Ti devo salutare, sono in servizio” disse, chiudendo la conversazione. Maya non aveva mai smesso di guardarlo, in attesa di una risposta. Quando vide che il collega se ne stava zitto, completamente assorto nei suoi pensieri, si voltò verso il finestrino, rassegnata…

Capitolo 8

Capitolo 6 – Adele

Andrea giunse a casa alle sei di mattina. Appena arrivato, si stese sul divano. “Dieci minuti, giusto dieci minuti…”. Senza accorgersene, dormì quasi dodici ore. Venne svegliato dal campanello. Si trascinò ancora mezzo addormentato alla porta e guardò attraverso lo spioncino. Vide una donna  sul metro e settanta, capelli rossicci, occhi grandi e verdi. Aprì la porta “Ehi Adele…accomodati pure” lei entrò con passo svelto “Che faccia! Sembra che tu ti sia svegliato ora! Ecco, ti ho portato qualcosa da mangiare.” Disse, estraendo dalla borsa un’enorme confezione con l’inconfondibile marchio di un fast food molto famoso. Andrea, colpito dal forte odore di formaggio fuso e carne alla griglia, percepì dopo molto tempo lo stimolo della fame “Oh!! Non dovevi Grazie…ehm…posso?” Mangiarono insieme, discutendo del più e del meno. Adele era una sua vecchia amica, compagna di liceo. Divorziata da più di dieci anni, viveva a pochi isolati di distanza da Andrea con una figlia “Mi fa disperare, la mia Agnese. A quest’età, poi. Si avvicina ai diciassette, non sai mai come comportarti. È sempre in giro con gli amici. Andasse male a scuola, impedirle di uscire. Non potresti arrestarla per un po’? Giusto per riposare un paio di giorno tranquilla” Andrea sorrise, ingurgitando le ultime patatine rimaste “Lo farei, se ne avessi il tempo. Sono molto preso con gli ultimi casi. Poi, ieri sera sono stato coinvolto in un omicidio…”

Raccontò gli ultimi avvenimenti. Dell’omicidio di Manzese, e del conseguente arresto poche ore dopo. “Quell’individuo non mi è mai piaciuto. Sai come si dice, il sesto senso femminile” Andrea rise di nuovo “Ehi, non ridere! Io dico sul serio!” Esclamò lei ironica. Prese le cartacce dei panini e si alzò dal divano “Vado a buttare quest’immondizia. Chissà se quando tornerò sarai più simpatico” Lui la osservò attentamente. I pantaloni stretti, una camicetta quasi trasparente… si colpì due volte la faccia col dorso della mano destra. Oltre alla fame, ora faceva capolino un altro stimolo a tratti simile. Dopo mesi di inattività, reazioni come quelle potevano anche considerarsi normali, ma non con Adele. Anche se… altri due schiaffi in pieno volto. Basta. Si concentrò sul caso. Lei tornò con due bicchieri d’acqua “Andrea, nel frigo non c’è nulla. Da quanto non vai a fare la spesa?” Lui non rispose, assorto nei propri pensieri. La donna si avvicinò, e gli mise una mano sulla spalla “Va tutto bene?” Il detective sobbalzò “Ehm, si, va tutto bene. Cioè, non proprio. Adele, devo dirti una cosa. Si tratta dell’omicidio. Quella che ti ho raccontato prima è la versione per il pubblico…capisci cosa intendo dire?” Lei annuì solennemente. Spesso, negli anni, Andrea si era confrontato con l’ex compagna di liceo per discutere di casi importanti o di avvenimenti inspiegabili. Spesso le sue parole si erano rivelate utili, o in ogni caso stimolanti. “Ebbene…Manzese non ha ucciso Montelli” Adele parve scioccata dalla notizia “Cosa? Quindi sarebbe innocente per quanto riguarda il secondo omicidio?” Andrea scosse la testa. Bevve un sorso d’acqua “No. Lui ha tramortito Montelli, l’ha atterrato e probabilmente l’avrebbe ucciso. Ma nel momento cruciale…è apparso un altro uomo. Incappucciato, con una tunica nera. Ha colpito prima Montelli alla testa, poi ha preso la mano di Manzese che brandiva il pugnale…e l’ha spinta nel cuore dell’ingegnere…” La donna parve più confusa che mai “L’hai detto ai tuoi colleghi, vero?” Andrea, di nuovo, scosse la testa “Non posso, Adelina. Non posso. Sia la mia testimonianza che quella di Manzese non verrebbero prese in considerazione, e io potrei perdere il lavoro. Vedi, il fatto è che…ero ubriaco. Avevo bevuto troppo quel giorno. Ed è risultato tutto dagli esami a cui ho dovuto sottopormi dopo l’arresto per verificare le mie condizioni mediche” la donna scosse la testa, contrariata “Maledetto ubriacone. Non cambierai mai, vero? Però…” avvicinò la mano destra al mento e cominciò a strofinarlo dolcemente. “Mettiamo che tu sia tanto ubriaco da vedere Elvis che ruba delle merendine al supermercato. Se anche una cassiera dovesse vedere la stessa scena, la tua testimonianza sarebbe comunque tenuta valida. E faresti un figurone, perché credimi, non sono del tutto sicura che Elvis sia morto per davvero” Questa volta fu Andrea a fissarla con aria interrogativa “Cosa diavolo vai blaterando?” Adele rise “Intendevo dire…se quello che hai visto ieri notte è reale, allora Manzese? Non l’ha visto anche lui?” “Manzese è ancora in stato di shock, come se avesse perso la parola. I medici non sanno se si riprenderà. Sta di fatto che il nostro misterioso individuo non ha lasciato tracce. Non un’impronta, né un capello. Tuttavia…” aprì i cassetti di fianco al divano ed estrasse un foglio bianco. Al centro vi era raffigurata una farfalla verde e oro che volava via da un fiore appassito. Adele assunse un’aria interrogativa e scosse la testa “L’hai fatto tu?” Andrea annuì “Si…che tu ci creda o no…una cosa del genere è uscita dalla bocca di Otelli qualche secondo prima della sua morte” La donna rimase allibita “Va bene…ammesso anche per un solo secondo che questo delirio non sia frutto di litri di sambuca…perché una farfalla?” Il detective si strinse nelle spalle “Ad una rapida occhiata su internet ho trovato così tante informazioni…la verità è che non so dove cercare, né come” Adele gli strinse improvvisamente il braccio. “Ah! Simboli, giusto! Conosco una persona che potrebbe aiutarti. Si chiama Luigi, un vecchio collega di mio fratello. Lavora come cuoco in un ristorante qui vicino. È un individuo un po’ strano…esce di casa solo per andare al lavoro. Ha scritto libri su simboli e cose del genere. Ora che ci penso, mercoledì pomeriggio, devo andare a ritirare la torta per il compleanno di Agnese a casa sua. Potresti accompagnarmi e fare qualche domanda, giusto per capire se può darti una mano.” Andrea socchiuse gli occhi, pensieroso. Davvero un cuoco con la passione per l’esoterismo avrebbe potuto aiutarlo? Non che avesse molte altre alternative. Decise di accettare.  “Benissimo! Appena mi dice l’ora precisa, ti avviso. Ora vado a casa, ho un bel mucchio di cose da stirare” Andrea la accompagnò alla porta sorridente “A presto Adelina. Salutami Agnese” lei ricambiò il sorriso, uscendo con il solito passo svelto. Lui osservò la figura dell’amica scomparire dietro le case, alla rosea luce del tramonto. Rimase fuori per una mezz’ora, ammirando il sole sprofondare all’orizzonte.

Calarono le tenebre, e con esse riemersero, nitidi, i ricordi della sera prima. Andrea rabbrividì. Chiuse la porta con un colpo secco e si gettò a peso morto sul divano. Non aveva mai creduto a nulla oltre che in se stesso. Doveva tuttavia ammettere che non c’era spiegazione razionale per gli ultimi eventi accaduti. O meglio, non ancora. Aveva già avuto a che fare con casi simili, ma l’assassino aveva sempre lasciato una traccia. O meglio, qualcosa che collegasse le sue azioni a cause razionali. Stavolta, però, era diverso. Quel misterioso individuo incappucciato…così veloce e innaturale nei movimenti. E Manzese, allora? I medici avevano dichiarato che lo stato di shock in cui l’ispettore capo era inspiegabilmente sprofondato non aveva nessuna motivazione clinica “Che diavolo succede, dannazione…che diavolo succede”. Decise di andare a letto. Alzandosi dal divano calpesto inavvertitamente il telecomando. Una voce profonda, unita ad un macabro sottofondo musicale cominciò a predire sventure “Signori, non fatevi scappare la promozione di oggi. Chiamate, per soli dieci euro leggerò il vostro futuro. La magia delle carte non sbaglia mai…” Si voltò verso il televisore e vide un uomo calvo, relativamente giovane. Continuava a mischiare un robusto mazzo di carte con gesti fluidi e leggeri, senza staccare lo sguarda dalla telecamera. Il maglione giallo paglia e un’espressione da pesce lesso conferivano alla scena una certa ironia. Andrea spense il televisore sorridendo. Magia. Sicuramente molto funzionale a svuotare le tasche dei poveri clienti. Proseguì verso la camera da letto, continuando a ridacchiare. Una volta sotto le coperte, cominciò a pensare. A tutto ciò che era capitato. A chi avrebbero mandato al posto di Manzese. E al misterioso uomo incappucciato.

Capitolo 7

Capitolo 5 – Assassinio

Marko attese che la macchina di Andrea se ne fosse andata, poi si vestì. Aveva dubitato delle parole di Giovanni sin dal primo momento. Sapeva che l’amico non stava passando un bel periodo a causa della separazione coniugale. La donna se n’era andata con entrambi i figli a vivere dalla madre dopo aver scoperto che il marito aveva speso una fortuna alle slot machine. “Sono un deficiente, Marko. Come ho potuto giocarmi tutti quei soldi? E ora come la pago la scuola alle bambine?” Avrebbero dovuto incontrarsi per discutere di questo, fare quattro chiacchiere in amicizia. E perché no, anche per una bevuta in onore dei bei tempi andati. L’amico, però, era arrivato completamente sotto shock, raccontando quella storia strampalata, che in seguito si era rivelata vera. O verosimile. Marko si vestì in fretta con degli abiti sportivi. Era pronto ad uscire, quando una voce assonnata alle sue spalle lo fece sobbalzare “Ehi, dove stai andando?” Una donna in intimo fece la sua comparsa. Una moltitudine di riccioli spettinati, unita alla pelle bruna e ai seni prosperosi le conferivano una sensualità mediterranea. L’uomo le venne incontro. Passò una mano sulle sue guance calde, poi la baciò dolcemente “Esco a fare una corsetta”. Lei sgranò gli occhi, sorpresa. “A quest’ora? Ma per piacere…dimmi dove stai andando…” gli occhi della donna si fecero stretti, la sua espressione angelica divenne aspra e dura “Di nuovo con lei, non è vero?” Marko scosse la testa, esasperato “Non mi vedo con nessuno. Te lo posso giurare, Claudia…” “Va bene, allora sai cosa? Mi è passato il sonno, vengo anche io!” Fece per andare verso la camera da letto e cambiarsi, ma lui la trattenne “No, non puoi venire…” Claudia si bloccò di colpo. Guardò prima Marko, incredula, poi la mano stretta attorno al suo braccio. Con uno strattone si liberò, indietreggiando velocemente. “Sei uno stronzo, un autentico PEZZO DI MERDA!” Si chiuse in camera, sbattendo la porta. Marko, immobile in cucina, sentì la chiave girare nella serratura. Non provò nemmeno a chiamarla. Fatica sprecata. D’altronde, la colpa era solo sua. O meglio, di una parte di lui. La più antica e immutabile. Aveva sempre avuto la passione per le donne. Al liceo, poi all’università. Sempre la stessa storia. La sua fame era spropositata, e le donne in qualche modo lo percepivano. Nessuna era mai riuscita a resistere. Claudia era diversa dalle altre, lui l’amava. Ma la fame lo aveva spinto a tradirla sul lavoro. La ex segretaria del suo ufficio si era sempre fermata più ore del dovuto al lavoro. Era giovane, bella e provocante. Marko aveva cercato di resistere il più possibile, ma più si tenta di rifuggire una provocazione, più essa diventa irresistibile. Così, una notte, uscendo dal suo ufficio l’aveva trovata senza reggiseno sulla scrivania. Ed era successo. Non che avesse fatto poi molto per nasconderlo, per lui non aveva importanza. Claudia, giustamente, non la pensava allo stesso modo. La verità era venuta a galla dopo una sbronza, con conseguente litigio. Da quel giorno Claudia era sempre insicura, ansiosa. Marko avrebbe voluto confortarla, aiutarla ad essere più forte dandole delle certezze. Sapeva di avere il meglio tra le mani, e non gli andava di perderla per una sciocchezza. Probabilmente, però, era troppo tardi. Anche Gio si era pronunciato in favore del loro amore “Quella donna ti ama, idiota. Cerca di capirlo. Se te la fai sfuggire, vado a provarci io, capito?” Il solito pazzo. Uscì dalla porta di servizio, correndo sull’asfalto bagnato fino a casa dell’amico, un appartamento al piano terra di un condominio appena costruito. Lungo il tragitto si fermò per pochi istanti ad osservare la luce proveniente dal salotto della casa dei vicini, sempre svegli a guardare la televisione.

Marko nel condominio, provando a suonare più volte il campanello. Nessuna risposta. Leggermente sfinito dalla corsa, appoggiò il gomito alla porta d’ingresso dell’appartamento per riprendere fiato. Questa si aprì cigolando. Si fermò, dubbioso. Giovanni era un maniaco dell’ordine, sempre preciso e impeccabile. Lasciare la porta aperta dopo le undici e mezza di notte non era decisamente un comportamento usuale. Che fosse il caso di attendere l’arrivo del detective? Decise di entrare, silenzioso come una mosca. Si addentrò nel buio dell’appartamento. Gli parve di vedere una figura muoversi davanti a lui. Fece ancora un paio di metri, addentrandosi nel salotto disordinato. Improvvisamente, la porta alle sue spalle si chiuse con un tonfo assordante. Lui, spaventato, cercò di fuggire in avanti, ma incespicò su uno scatolone di cartone pieno di ferraglie. Cadendo, si ferì ad un ginocchio “Giovanni…sei tu? Lurido bastardo…se…se è uno scherzo io…” la luce si accese. Marko vide un uomo sulla sessantina, in camicia e pantaloni avvicinarsi con foga. Impugnava un coltello a scatto di notevoli dimensioni. Fu sopra di lui in un attimo. Lo prese per la t-shirt e iniziò a sbraitare “E tu chi cazzo sei? Dov’è quel pezzo di merda di Marzani?” L’ingegnere cercò di rispondere, ma non vi riuscì, paralizzato dalla paura. Manzese iniziò a colpirlo in faccia con il pugno chiuso, tanto forte da farlo sanguinare. Marko stramazzò al suolo semicosciente. L’ispettore capo si sedette su uno dei divani, disperato “Accidenti, non posso lasciarti vivo. Si può sapere perché sei venuto qui stanotte? Mio dio, ora…” Una voce proveniente dalla soglia lo interruppe “Ispettore capo Manzese, non ti muovere!” Era Andrea, che puntando la pistola d’ordinanza contro il superiore avanzava lentamente. Dietro di lui spuntava il volto  stravolto di Giovanni. Appena questi vide l’amico steso per terra, iniziò ad urlare “OH NOO, MARKO, MARKOO” Andrea, senza distogliere lo sguardo da Manzese, pestò un piede a Giovanni “Mantieni la calma, va tutto bene. Ora dimmi…è lui l’assassino?” L’uomo indietreggiò di un passo “Si, è lui. L’ho visto, l’ho visto oggi…” Il detective lo interruppe di nuovo “Bene, allora esci da qui. Chiama la polizia e un’ambulanza per il tuo amico” Gio non se lo fece ripetere due volte. Uscì di corsa, blaterando i soliti insulti contro le forze dell’ordine. Andrea continuò ad avanzare verso Manzese. L’ispettore capo anziché arrendersi prese l’ingegnere in ostaggio, premendo la punta del coltello sulla sua gola “Un altro passo, e lui va a fare compagnia a quella puttana di tua moglie, capito?” Andrea non batté ciglio “Remo Manzese, ti dichiaro in arresto per l’omicidio del clochard Gil Sanchez e per il tentato omicidio di Marko Montelli. Smetti di fare il pagliaccio. È finita.” Manzese mise in mostra un folle sorriso. Stava per replicare, quando la luce del salotto cominciò ad accendersi e a spegnersi ad intervalli irregolari. Nel continuo sfarfallio, una figura in tunica e cappuccio apparve da dietro la porta. Si avvicinò rapidamente a Marko. Quando fu abbastanza vicino strinse la mano con cui l’ispettore capo brandiva il coltello, premendo la lama nella gola di Marko. Andrea avrebbe voluto premere il grilletto, ma non riuscì a muovere le dita, come paralizzato. Si sentiva incredibilmente stanco e lento. L’uomo incappucciato corse incontro al detective, per poi schivarlo all’ultimo momento, uscendo dalla porta d’ingresso. Sfruttando il momento di confusione, Andrea si gettò su Manzese. Lo colpì alla tempia col calcio della pistola, tramortendolo, poi esaminò la ferita di Marko. La lama aveva reciso l’aorta, provocando un’emorragia mortale. L’uomo esalò l’ultimo respiro tra le braccia del detective, blaterando parole prive di senso “La…mia…anima…”. In quel preciso istante, una farfalla dorata uscì dalla bocca del defunto, per poi smaterializzarsi in pochi secondi. Andrea rimase esterrefatto. Uscì in strada alla ricerca della misteriosa figura incappucciata, inghiottita dall’oscurità della notte. Il detective si sedette sul ciglio della strada, confuso. Due cadaveri, un misterioso assassino, e una farfalla fantasma. Cosa diavolo stava succedendo? Le sirene delle pattuglie e dell’ambulanza lo riportarono alla realtà.

Capitolo 6

Capitolo 4 – Affari sporchi

Al, la guardia al gabbiotto alla centrale, confermò ad Andrea che l’auto di Gio era ancora parcheggiata davanti al commissariato. “Esattamente, detective. Chiamo i vigili per una rimozione forzata? Il parcheggio sarebbe solo per gli agenti” Andrea rispose che si, non era una cattiva idea. In quel modo anche se Gio fosse tornato, non avrebbe potuto lasciare la città in macchina. Mentre guidava verso la stazione, cercò di organizzare mentalmente le informazioni di cui disponeva. Perché Giovanni aveva reagito in quel modo, alla centrale? I pregiudizi dell’uomo sulla polizia erano forti e ben radicati. Che ci avesse ripensato, cambiando idea all’ultimo? In tal caso, non avrebbe avuto senso scappare. Andrea, fermo ad un semaforo, chiuse gli occhi, concentrandosi sull’ultima espressione di Gio. Paura. Dai suoi occhi traspariva un’autentica paura. Ricordava la sua pelle, pallida e lucida, sotto le forti luci della centrale. Un suono di clacson assordante lo distolse dai suoi pensieri “Ehi, deficiente, ti muovi o no? È verde!” Andrea riprese a guidare nel traffico notturno, sempre meno fitto. All’alba delle undici meno un quarto arrivò in stazione. Entrò di corsa nell’atrio. Dopo essersi identificato descrisse Giovanni alla bigliettaia, poi ad alcuni passanti. Nessun riscontro positivo. Consultò gli orari: l’unico treno in partenza utile a Gio avrebbe lasciato la stazione a mezzanotte. Un’ora di attesa. Si nascose dietro a un pilastro sul binario, in attesa dell’uomo, o della chiamata di Marko. Senza accorgersene, riprese a pensare al caso. Improvvisamente, un foglio di carta trasportato dal vento lo colpì in pieno viso. Il detective perse l’equilibrio e cadde di lato, colpendo l’asfalto con il ginocchio destro. Mentre si rialzava dolorante, prese il foglio e lo mise alla luce dei lampioni della stazione. Una stampa da poco, raffigurante una ragazza presumibilmente appena laureata, in una posizione buffa. Andrea rise di gusto, ricordando i bei tempi dell’università. Quante donne, e quante sbronze. Sospirò, accartocciando la stampa. Stava per gettarla sulle rotaie, quando si bloccò. Una stampa, una foto… “…Ma allora non mi ascolti! QUELLO STRONZO AVEVA UN DISTINTIVO MARKO, UN DISTINTIVO…” Giovanni, un attimo prima di scomparire, era rivolto verso l’ufficio di Manzese. E su quella porta, sotto la targhetta, l’ispettore capo teneva una foto di lui e della moglie, di certo non recente, ma tanto da poterlo riconoscere. Certo, per ora si trattava solo di supposizioni. Per di più, il fatto che un ispettore avesse ucciso un senzatetto in pieno giorno in un luogo pubblico sembrava folle. Andrea, però, era solito non sottovalutare alcuna prova. Spesso aveva fatto affidamento al suo intuito per venire a capo di verità inimmaginabili. Provò a chiamare Manzese, ma non ottenne alcuna risposta. Tornò in sala d’attesa, indeciso sulla prossima mossa. Se i suoi sospetti si fossero rivelati corretti, allora anche l’ispettore capo stava cercando Giovanni. E il posto più probabile dove cercare a quest’ora era a casa. Chiamò più volte Marko, senza successo. Cominciò a camminare nervosamente per la sala, controllando compulsivamente lo smartphone.

 

Manzese tornò a casa più tardi del previsto. Dopo l’omicidio, aveva camminato parecchio per cercare di seminare la moltitudine di pensieri che lo inseguiva. Appena entrò in salotto, accese la televisione. Il notiziario delle ventitrè stava trasmettendo un servizio sull’omicidio “Il corpo di un Clochard è stato ritrovato senza vita a pochi passi dal centro. Gli esami preliminari dei medici indicano l’omicidio, almeno cinque coltellate al costato, e uno alla gola. L’assassinio, avvenuto tra le sette e le otto di oggi, lascia senza parole forze dell’ordine e cittadini. Nessuna notizia dell’assassino…” . Manzese tirò un sospiro di sollievo. Non avevano niente contro di lui. Durante il servizio venne intervistata la donna che aveva trovato il cadavere, ancora visibilmente sotto shock e successivamente uno dei due poliziotti accorsi sulla scena del crimine. Manzese riconobbe subito Mike Carrera, più vecchio di lui di una decina d’anni. Il vecchio Mike, ormai prossimo alla pensione, stava svolgendo gli ulti anni di servizio nella più totale noncuranza del proprio dovere “Faremo il possibile per prendere l’assassino… il possibile…” diceva l’agente Carrera intento a lisciarsi con la mano le marcate rughe sul viso. Manzese sorrise. Avrebbe affidato il caso al vecchio Mike per non correre rischi. Andò in cucina, e iniziò a tagliare un enorme petto di pollo per la cena. In realtà non aveva il benché minimo appetito. Il suo era un gesto automatico, che continuò ad eseguire anche quando il pollo venne ridotto a minuscoli pezzettini. Si tagliò la mano sinistra, ma se ne accorse almeno cinque minuti dopo, a causa del sangue che aveva iniziato a macchiare la carne biancastra dell’animale. La sua attenzione era completamente rivolta verso il telefono. Aspettava quella dannata chiamata che arrivò un’ora dopo. Un suo vecchio amico giù al distretto aveva identificato la targa dell’uomo sulla berlina “si tratta di un tale Giovanni Marzani. Ha un paio di multe per eccesso di velocità, e una denuncia per aggressione, ma è da quasi dieci anni che riga dritto. Devo andare a prenderlo, capo?” Manzese, con una risata più che forzata, cercò di dissimulare l’autentico nervosismo che lo attanagliava “No, certo che no. È per un vecchio caso che stiamo riesaminando. Manderò qualcun altro, se necessario. Mi daresti l’indirizzo?” Una volta ottenute tutte le informazioni di cui aveva bisogno, si fiondò in macchina. Andava fatto. Non che gli dispiacesse granché per quel poveraccio. Semplicemente, si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chi sbaglia paga. La sua carriera, costellata da eventi al limite della legalità e situazioni scomode, non poteva finire a causa di un senzatetto. Non dopo tutte le volte che, compiendo atti ben più gravi, era riuscito a salvare la pelle e l’onore. Ricordava il caso che l’aveva reso celebre tra i colleghi, una rapina sventata in una piccola banca dall’altra parte della città rispetto alla centrale. Erano passati più di vent’anni, ma ricordava i particolari di quella situazione con estrema lucidità. Tre rapinatori avevano messo fuori uso le telecamere a circuito interno e avevano iniziato a minacciare l’unico contabile rimasto nella banca. Manzese, che per una coincidenza di trovava nel bagno della banca, era uscito con la pistola spianata, colpendo i primi due alla testa. L’ultimo aveva preso come ostaggio il contabile, intimando all’allora agente semplice Manzese di gettare l’arma. Senza pensarci due volte, Manzese aveva sparato cercando di colpire il malvivente, ma sfortunatamente aveva colpito l’ostaggio. Dopo essersi accorto dell’errore, aveva scaricato i restanti colpi su entrambi. A causa del mancato funzionamento delle telecamere di sicurezza, non vi era nulla che testimoniasse il suo comportamento immorale e la mancata applicazione delle regole di base dell’accademia. Nessuno obiettò quando Manzese, nella sua versione, disse di essere stato aggredito per primo, e che quei bastardi avessero ucciso il povero contabile. L’esame della balistica venne insabbiato, così come eventuali prove contro di lui. Ora, a distanza di quasi vent’anni, si accorse che la sua stessa carriera nelle forze di polizia aveva preso vita da un misto di fortuna e illegalità. Ma non gl’importava. Il rispetto, il lusso, le donne…non voleva separarsi dai molteplici piacere guadagnati. Mise in moto e premette il piede sull’acceleratore in diretto versi la casa di Marzani. L’unico testimone andava tolto di mezzo il prima possibile…

Capitolo 5