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Pareidolia – Questione di punti di vista

Cinque stelle. Solo cinque stelle, quella notte, nel cielo nero. Chiunque avrebbe potuto scorgerle dietro agli ispidi banchi di nuvole, rischiarati da una luna morente. Cinque astri più o meno illuminati, che avrebbero potuto essere qualsiasi cosa. Un bambino scalmanato, inseguito dai genitori, cadde e si sbucciò un ginocchio. Iniziò a piangere come un matto, poi per caso alzò lo sguardo e le vide. Com’erano belle. La sua fantasia dispiegò le ali, iniziò a volare libera. E in quei minuscoli puntini lucenti vide una faccia sorridente. Smise di piangere all’istante, e ricambiò il sorriso. In quel momento, dall’altra parte della strada passava un giovane col cuore straziato dalla sua ragazza, ormai ex.

      <<Mi spiace, io non ti amo. Non sapevo come dirtelo, allora semplicemente l’ho detto…>>.

     Queste erano state le parole di lei, un’ora prima. Che senso ha la vita, adesso? Senza una donna niente ha senso. Disperato, alzò lo sguardo verso il cielo e come il bambino dall’altro lato del marciapiede si accorse dei cinque astri solitari in un mare di oscurità. La rabbia e la delusione plagiarono i suoi occhi, e in quelle stelle vide lei che ballava con un altro, il suo vero amore. Si arrabbiò ancora di più, continuando a vagare senza meta, alla ricerca di un bar dove cicatrizzare le infinite ferite amorose. Sotto lo stesso cielo, nella stessa città, lungo la medesima strada vi erano due persone che quasi contemporaneamente videro le stesse cinque stelle, traendone conclusioni opposte. Le loro emozioni avevano giocato un ruolo fondamentale, rendendo unica e profondamente diversa la somma di parti identiche fra loro. Emozioni che avevano preso il sopravvento sulla cosiddetta logica umana, la cui esistenza viene spesso messa in dubbio dal comportamento. Emozioni forti, come quelle provate da un vecchio, non lontano dal ragazzo e il bambino. Chiuso in casa, aveva iniziato a bere dalle cinque del pomeriggio. In quel momento, il suono del campanile cittadino esplose nell’aria, evocando la mezzanotte. Il vecchio si riempì il boccale con del rum. Davanti a lui, su un tavolo, una scacchiera.

      <<Avanti, muovi tu amico>> disse.

     Passarono dieci minuti di completa immobilità.

      <<Avanti, sbrigati! Devo uscire a fare la spesa, tra poco arrivano i miei figli>> aggiunse, scoppiando in una amara risata.

      I suoi figli l’avevano abbandonano tempo fa. Sarebbero tornati il giorno della sua morte, a litigare per gli innumerevoli possedimenti in eredità, inclusa quell’orrenda casa. Per non parlare delle sue tre ex mogli. Si, sarebbero tornate anche loro. E i fratelli con le sorelle e tutta la famiglia. Tutti morti di fame, i cari parenti. Le sue giornate erano vuote da un pezzo, da quando quel maledetto gufo aveva iniziato a parlare. Nessuno gli credeva, ma accidenti, era la sacrosanta verità! Come poteva lui, poliziotto figlio di poliziotti, dire bugie? Nossignore, l’etica prima di tutto. Quel gufo, accidenti. Sembrava volesse aiutarlo, e invece aveva reso la sua vita un inferno. La colpa, però, era stata in gran parte sua. Se solo non avesse seguito quelle ambizioni che gli erano sembrate così allettanti, così sensuali…

     <<La carne è debole, vecchio Ottone, la carne è debole>> disse tra sé, posizionando il cavallo nel mediogioco.

     La carne è debole, si, ma mai quanto lo era stato lui. Tradendo la sua prima moglie con la seconda, e la seconda con la terza. Dopo di lei, aveva giurato di non sposare più nessuna, senza però rinunciare al sesso. Le aveva possedute tutte, senza essere mai stato felice. Forse con la prima…ma allora perché, poi, aveva tradito? Sollevò l’alfiere per muovere, ma si bloccò a mezza altezza. Girò la pedina verso di sé, e iniziò a parlare:

     <<Ne abbiamo discusso spesso, amico mio…ogni volta ti chiedo un parere, e tu mi dai sempre la stessa risposta. E, scusa se insisto, ma credo che a un giovane come te faccia piacere parlare con un vecchio, e alleviarne le pene. No, non devi per forza rispondere, basta che ascolti…>>.

     Mise l’alfiere perpendicolarmente al cavallo, per proteggere il pezzo da eventuali attacchi nemici

     <<Devi conquistare il mediogioco, mai perdere di vista il mediogioco…>>.

     Improvvisamente un cane si mise ad abbaiare in lontananza. Ottone alzò lo sguardo e vide. E bastò un’istante. Un solo istante perché capisse. Allora non vi fu più esitazione. Prese la pistola da sotto il cuscino. Premette la canna fredda contro la tempia, fino a ferirsi. Oltre al sangue, calde lacrime cadevano dalle guance del vecchio. Prima di andarsene, Ottone guardò il piccolo gufo di legno sulla credenza <<Senza di te sarebbe stato tutto così semplice…>> e fece pressione sul grilletto.

     Passarono attimi di silenzio, poi il gufo di legno aggrottò le folte sopracciglia e sorrise. Dispiegò le ali, posandosi sopra la testa dell’uomo

     <<Hai ragione amico mio…più semplice, si, ma tremendamente noioso>>.

Sono sicuro che vi starete chiedendo, incuriositi, quale fu il particolare che fece premere il grilletto al buon Ottone. Ricordate il bambino e il ragazzo menzionati poco fa? Percepirono nella stessa visione un concetto profondamente diverso. Se vi dicessi che il vecchio prese la fatale decisione dopo aver incrociato lo sguardo di se stesso, riflesso in uno specchio? Lui vide odio, dolore e disperazione. Voi, al contrario, avreste visto un innocuo viso rugoso.

NOTA AL TESTO

La pareidolia è l’illusione che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. Un esempio celeberrimo è il volto su marte. L’autore va al di là della teoria, dando un’interpretazione più profonda del fenomeno, soffermandosi sulle cause primarie. Sono le nostre esperienze passate che ci forniscono gli strumenti per interpretare le forme e i profili naturali. Questo avviene in ogni età della vita. Non a caso il primo ad essere introdotto è il bambino, rappresentante della fanciullezza, poi l’uomo, e infine il vecchio. Le emozioni, evocate dai ricordi e dalle esperienze pregresse, guidano le azioni dell’essere umano, le rendono “plausibili” agli occhi di chi le compie. Per questo il vecchio, dinanzi al suo volto, vede un uomo finito, e decide di premere i grilletto. Il gufo, omaggio a Hieronymus Bosch, pittore olandese vissuto tra il 400 e il 500, rappresenta il male puro, che agisce solo per danneggiare e offre potere in cambio della felicità. L’artista olandese era solito raffigurare il gufo in molte delle sue opere, persino nelle rappresentazioni del paradiso e del purgatorio, come a dare un avvertimento: le radici del male sono ovunque, anche in luoghi insospettabili.

La legge del più flessibile

Il più flessibile vince sempre? No, tuttavia ha più probabilità di sopravvive. In biologia, l’intelligenza viene definita come la capacità di adattamento all’ambiente. Più un organismo è “flessibile”, più riesce a sopravvivere alle nuove sfide che l’ambiente gli pone dinanzi. L’ambiente inteso come contesto, ovvero insieme di individui, ruoli e relazioni. Per questa ragione l’homo sapiens, che tra gli ominidi era forse il meno dotato dal punto di vista fisico, è sopravvissuto fino ad ora. La chiave dell’evoluzione sta in questo adattamento flessibile. Arriviamo, quindi, a ciò che ci interessa. Se, come abbiamo detto in precedenza e non ci stancheremo mai di ripetere, l’uomo è un essere biopsicosociale, la flessibilità legata al comportamento rispecchia una certa affinità cerebrale. Il cervello è plastico, in continuo mutamento. Cos’ha a che fare questo, con la lettura?

Grazie a questa plasticità, a questa flessibilità strutturale e funzionale, il nostro cervello rende la lettura possibile. Nonostante, come abbiamo ricordato nell’articolo precedente, di fatto esso non sia “progettato” per piegarsi ad una rivoluzione culturale così recente. Per dare una spiegazione plausibile, Dehaene definisce il concetto di riciclaggio neuronale. In altre parole, la lettura avrebbe subito cambiamenti fino a diventare “compatibile” con il nostro cervello, decodificabile dai nostri occhi.

Ecco perché è così dannatamene difficile imparare a scrivere per i bambini. Si stima addirittura che il 10% di loro, una volta adulto, continuerà a non padroneggiare i rudimenti della comprensione di un testo (Fioroni, 2013). Fatica, si, ma poi sai che bello? Tengo a precisare che si tratta di una teoria, non un assioma. Perché gli assiomi, nella scienza moderna, non esistono.

Va bene, il bambino cresce, impara a leggere e a scrivere, il cervello si rafforza e accresce il suo potenziale. Tuttavia, il mondo odierno va avanti alla velocità della luce. Quali potrebbero essere, in un futuro ormai prossimo, gli effetti della digitalizzazione sulle abilità di lettura? Forse, tra una decina d’anni sarà tutto più chiaro.

Tragodia

 

Vero amore

<<Sono seduto sul prato, la schiena contro il vecchio pozzo di mattoni, Il mio sangue continua a sgorgare dalle ferite senza sosta, colorando il verde manto d’erba ai miei piedi. Sto morendo. Cosa mi ha ucciso? L’amore! Reale, e incondizionato! Respiro affannosamente. La speranza mi ha lasciato da un pezzo, da quando quel proiettile mi ha colpito alla gola. Anche in questo momento penso a te, a come sarebbe potuta essere la nostra vita insieme. Un bacio di troppo, e te ne sei andata con la mia vita. Ma non sono arrabbiato, anzi, ti perdono. Felice di averti incontrato. Ti amerò per sempre…addio>>

     L’uomo perde conoscenza. La vita si separa da lui dolcemente, come una farfalla che, dopo essersi nutrita dal più bel fiore del giardino, si alza in volo sbattendo le magnifiche ali. Una macchina passa vicino al prato verdeggiante. L’autista vede il cadavere, ma non si ferma. E come potrebbe? Sta litigando con una bella donna seduta sul sedile del passeggero. E, vi prego, non siate troppo duri con lui nel giudicarlo, perché anche voi vi sareste comportati allo stesso modo…

     <<Giulia, te lo prometto. La lascerò, davvero. Dammi ancora qualche settimana…>>

     La donna incrociò le braccia sul seno prosperoso. Era mora, atletica, non molto alta. Gli innumerevoli muscoli facciali disegnarono sul suo volto un’espressione di infinita tristezza mista a rabbia.

     <<Settimane…>> Volse lo sguardo verso il finestrino, osservando la pioggia cadere senza pietà sulle colture appena seminate

     <<Vittorio, è sempre la stessa storia. E io sono stufa…anche se…sai che ti amo. Ma non posso continuare così. O me o lei…ti do tre giorni di tempo>>

     La macchina si fermò in un piccolo paesino immerso nella natura. Giulia scese velocemente.

<<Tre giorni, Vittorio. Telefonami tra tre giorni>> Poi spinse dolcemente la portiera.

     Vittorio la osservò entrare in casa. Era ora di andare dall’altro suo amore, che a quanto pare dovrà lasciare. Prima però, un ultimo assaggio. Prese il telefono e compose il magico numero.

     <<Pronto, si, Teo? Sono io, Zzorio. Vorrei prenotare una stanza per stasera a mezzanotte. No, qui a casa non posso più fare nulla, quei porci mi stanno col fiato sul collo. Prepara tutto a dovere, mi raccomando…>>

     Un’altra notte con lei. Mise in moto, si diresse verso casa. La villa era strutturata su due piani, con un enorme giardino e una piscina di medie dimensioni. Il maggiordomo lo salutò cordialmente:

     <<Buonasera signor Penna, posso farle preparare qualcosa da mangiare? Stamattina non mi ha detto nulla, così ora…>> Vittorio non lo degnò nemmeno di uno sguardo. Odiava quei pidocchiosi servi, sempre in cerca di un culo da leccare.

<<No, non voglio niente, stupido idiota. Te l’avrei detto. Ora torna a poltrire sul divano del soggiorno e attendi il trenta del mese per lo stipendio come al solito>>

     Il maggiordomo non si scompose. Mostrò un sorriso tanto finto quanto i suoi denti tre canini dorati e scomparve. Vittorio si fece un bagno caldo. Immerso nell’acqua bollente, pensò al sentimento che lo legava a Giulia. Era bella, si, ed educata. Laureata, brillante e molto intraprendente. Di certo una personalità interessante, che avrebbe potuto allietare la sua vita e renderlo felice. Si sarebbero sposati, poi i figli, le cene con i parenti, i natali in famiglia, le partite a carte con il suocero, poi i nipoti e tanto altro… Chiuse il rubinetto e prese a insaponarsi. Voleva veramente tutto ciò? A venticinque anni? La risposta la conosceva bene. Giovane, ricco e incosciente. Questi erano gli aggettivi che più lo avevano contraddistinto negli ultimi tre anni. Se non fosse stato per le ingenti risorse accumulate dalla sua famiglia nel tempo, probabilmente ora si sarebbe trovato in mezzo a una strada. Uscito dalla doccia si vestì in un attimo: abito, scarpe eleganti e orologio d’oro massiccio. Riempì il portafoglio con pezzi da 200€. Dopotutto lo aspettava una notte al club…

 

     Andrea sedeva fuori dallo stanzino degli interrogatori. All’interno, il collega Dave stava interrogando un individuo sospetto, invischiato in un caso di infanticidio. Dopo i primi trenta secondi di calma apparente, Dave si era scatenato, colpendo più volte il poveretto al volto. In neanche dieci minuti ottenne una confessione, e uscì per lavarsi il sangue dalle mani. Era alto più di un metro e novanta, centodieci chili di peso e sguardo di pietra. A chi non lo conosceva avrebbe potuto sembrare semplicemente cattivo, ma Andrea sapeva benissimo che il comportamento del collega andava ben oltre. Il piccolo David, cresciuto nei quartieri più malfamati di Cardiff City, aveva appreso l’odio per la criminalità da quando sua madre perse la vita in una colluttazione con un ladro. Dopo i tredici anni si era trasferito dal padre in Italia, nei sobborghi di Milano. A vent’anni era entrato in polizia. Sin da subito si era meritato la fama di agente senza scrupoli, sempre pronto alla rissa. Andrea, di dieci anni più vecchio, lo aveva preso subito in simpatia. Nonostante tutto quel ragazzone si impegnava molto nel suo lavoro, arrivando ad ottenere, come in questo caso, confessioni in circostanze strabilianti.

     <<Ehi Dave, ho ricevuto quella chiamata. Non prendere impegni per stasera…>> Il gallese lo guardò senza muovere un muscolo del viso.

     <<Ah, ma io sono sempre libero per un certo genere di cose, u know man>> Si scambiarono un gesto d’intesa.

     <<Passo a prenderti alle undici. Saremo solo noi due>>

   Dave annui, osservando l’esile figura del collega scomparire in fondo al corridoio. Raggiunse il bagno e sciacquò via il sangue dalle enormi nocche. Finalmente avrebbero preso quel cocainomane che cercavano di incastrare da mesi. Lo avrebbe massacrato, se necessario.

    <<Una confessione vale l’altra…e se un innocente si dichiarasse colpevole senza esserlo, beh, allora sarebbe comunque colpevole di aver mentito>> disse ad alta voce il gigante, rivolto verso lo specchio del bagno.

     Uscendo dalla centrale, si concesse un lieve sorriso, pensando al prossimo malcapitato che gli sarebbe passato tra le mani.

 

     Il Club si ergeva su cinque piani, non così vicino alla città da destare sospetto, ma nemmeno troppo lontano. Il posto perfetto per incontrare un’amante, osservare partite clandestine di poker o combattimenti tra uomini. Le grandi sale, tappezzate di moquette e illuminate da soffuse luci al neon, lo rendevano un posto decisamente unico nel suo genere. L’enorme edificio apparteneva alla famiglia Sodio da sempre. Era stato il primo proprietario, George Sodio, a reinventarlo come hotel di lusso, ed eventuale posto d’incontro per riunioni o qualsiasi altro evento, basta che prima o poi si paghi. Ora, il pronipote Teo Sodio portava avanti la baracca con discreta maestria. Aveva apportato delle modifiche, assumendo una band Jazz personale. Aveva inoltre preso contatto con diversi spacciatori e papponi della zona, in modo tale da soddisfare ogni desiderio dei clienti. Inizialmente sembrava essere tutto in regola. I poliziotti, però, avevano scoperto tutto a causa di un avventato ex assassino che dopo l’evasione si era rifugiato in una camera del Club. Il signor Sodio non aveva di certo controllato se il nome corrispondesse a uno dei cinque più ricercati criminali della zona, e in meno di tre ore gli sbirri aveva invaso il gigantesco locale. Per fortuna il capo della polizia era un uomo intelligente e lungimirante. Aveva chiuso un occhio in cambio di un pagamento mensile che a Teo non sembrava neanche troppo alto, e ogni tanto chiedeva di arrestare qualche cliente immischiato in loschi giri. Quella sera era toccato al buon vecchio Vittorio Zzorio Penna, unico erede della gloriosa famiglia Penna. Dai suoi avi non aveva ereditato né il genio né la perseveranza, bensì l’amore per la cocaina. Il che lo rendeva un cliente molto gradito agli occhi di Teo Sodio. La polizia però voleva la sua testa.

     <<Affari interni, non posso spiegare>> aveva detto il capo degli sbirri

    <<Spero potremmo continuare a collaborare come abbiamo sempre fatto, amico>> Teo, che non si considerava suo amico, aveva sorriso maliziosamente

   <<Certo, come no…appena Zzorio chiamerà io riferirò, stia tranquillo>> e così aveva fatto.

    Niente di personale, certi ordini andavano semplicemente eseguiti. Mai sfidare un nemico invincibile. E poi, di clienti come il signor Penna ne aveva anche troppi al momento…

 

     Vittorio guidò fino al Club con aria distratta. I suoi pensieri continuavano a tornare su Giulia, sulla loro vita insieme. Aveva una strana sensazione, come se una strana forza gli si opponesse, gridando con voce roca:

    <<Torna indietro, torna indietro! Non vorrai di nuovo prendere quella merda, vero Zzorio?>>

    A questa si opponeva una assai più forte voglia di assaporare il divino nettare del sesto senso. Un’ultima tirata, e via. Avrebbe smesso, tornando da Giulia. Il tempo poi avrebbe decretato il vincitore. Diede le chiavi al parcheggiatore ed entrò. L’ingresso sembrava vecchio, sporco e mal arredato. Un divano senza cuscini, sbattuto su un tappeto rosso bucato in più punti con macchie ovunque. Un turista o un soggetto inesperto avrebbe giudicato il posto come poco raccomandabile e se ne sarebbe andato. Per i clienti abituali, invece, il Club era una certezza. Le altre sale, immense e ben arredate, venivano inondate da dolci note jazz per tutta la notte. Il proprietario del locale, il signor Teo Sodio, lo aspettava in cima alla prima rampa di scale

     <<Benvenuto, signore. È in largo anticipo, vedo>> disse indicando l’orologio.

    <<Il secondo piano offre un avvincente combattimento tra ex militari russi. Vorrebbe assistere a questo straordinario evento, oppure preferisce aspettare che la sua suite sia sistemata a dovere?>>

  <<Ah, Teo. Elegante come al solito…credo che un po’ di sangue possa farmi bene stasera>> Salirono al secondo piano.

   Appena entrato, Vittorio vide due colossi muscolosi che combattevano in un piccolo ring. Ad assistere una trentina di persone, non di più. Si sedette su una poltrona in prima fila e ordinò un doppio whisky liscio. I due combattenti si scambiavano colpi di circostanza, testando la forza e i riflessi dell’avversario

   <<Quello a destra è un ex militare russo, mentre l’altro un italiano della periferia di Milano…>> Disse un anziano signore rivolto a Vittorio.

    <<Ho scommesso diecimila euro sul russo…sembra più pericoloso. È stato indagato per tentato omicidio in passato…e lei? Su quale di questi due animali ha puntato?>> Vittorio volse la testa verso di lui:

  <<Non ho giocato, mi godo semplicemente lo spettacolo. Se però volesse la mia opinione…avrei scommesso sull’altro. È un assassino di prim’ordine che spesso svolge alcun lavoretti per la mafia locale>>.

   Passarono diversi minuti. Il russo sembrava in netto vantaggio, ma l’italiano era troppo arrogante per arrendersi. Finalmente Matteo Sodio si fece vivo:

   <<Signor Penna, la merce è pronta ad essere servita nella suite…>> Vittorio si alzò e seguì il proprietario del Club. In quel momento, il volto dell’ex militare russo si schiantò contro la superficie lucida del ring.

 

    I due salirono al terzo piano, poi Vittorio seguì Sodio tra intricati corridoi e buie rampe di scale.

  <<Eccola, signore. La stanza 72, la sua preferita. Mi sono permesso di farle un regalo, spero sia gradito. Ne può fare quello che vuole…qualsiasi cosa…>>

  Dopo queste parole, Sodio scomparve nel buio dei corridoi. Vittorio aprì la porta ed accese la luce. La suite era spaziosa, non eccessivamente di lusso. Parquet con fantasie, un ampio soggiorno con due divani in pelle chiara e un televisore a sessanta pollici. La porta della camera da letto era socchiusa, la luce già accesa. Vittorio la spinse dolcemente, e vide: una donna bellissima lo aspettava sul letto. I biondi capelli le cadevano sui nudi seni. Gli occhi verdi lo guardavano giocosi e rispettosi, in attesa di conoscere i suoi desideri. Le gambe, lunghe e lucide, si muovevano ritmicamente in attesa di esaudirli. Vittorio avanzò lentamente, ma anziché andare verso la donna si diresse verso un armadietto di fianco al letto

    <<è tutto qui dentro?>> chiese in tono piatto.

  <<Tu non cambia mai…prendi prendi…tutto lì>> rispose la bionda in un italiano imperfetto.

   <<Non capisce mai come tu puoi volere quella roba e non me…>> Vittorio prese una manciata di cocaina e cominciò a lavorarla con la carta punti di un noto supermercato locale.

  <<Non osare paragonarti al nettare degli dei, troia…e ora ferma>> posizionò una manciata di cocaina sulla bella coscia della donna e aspirò avidamente.

   Ne fece tre tirate, poi si accasciò al suolo, guardando il soffitto con gli occhi sgranati

   <<Stupido uomo, tu stupido, si?>> Vittorio si tolse una scarpa e la colpì al volto, facendola sanguinare

<<Zitta troia, quante volte…lo devo…dire? Sodio ha detto che posso fare qualsiasi cosa con te…quindi se parli ancora ti ammazzo>> La prostituta indietreggiò sul letto tenendosi il volto con entrambe le mani.

<<Tu pazzo…quella roba ti fa diventare pazzo…io chiamo Teo e vediamo chi…>> ma non fece in tempo a muovere un muscolo.

     Vittorio le si avventò contro, colpendola ancora e ancora. Ad un tratto si fermò. Tutto quel movimento lo aveva fatto eccitare. Si slacciò la cintura dei pantaloni. La donna cercò di allontanarlo, si mise ad urlare. Questo lo fece eccitare ancora di più:

<<è la prima volta che stupro una puttana, vediamo un po’…>> disse, facendo partire un pugno violento che la colpì dritta allo stomaco.

     La donna si piegò in due, arrendendosi all’assalitore. Dopo l’atto sessuale, giaceva ai piedi del letto, le mani strette l’una all’altra in un disperato gesto di preghiera, gli occhi fissi nel vuoto. Vittorio si fece altre tre strisce di cocaina, poi riprese a picchiarla fino a farla sanguinare

     <<Vado a farmi un giretto al bar. Fatti una doccia e mettiti un po’ di profumo, AMORE. Ti voglio bella fresca per quando torno…>> La poveretta annuì debolmente. L’uomo uscì dalla suite con passo baldanzoso, lasciando la porta spalancata.

 

I due agenti arrivarono al club in borghese. Ad entrare per primo fu Andrea. Il vecchio agente conosceva bene posti come quelli, e da anni ormai intratteneva rapporti più o meno amichevoli con il proprietario.

<<Buonasera, signori. Stanza 72. Vi accompagnerei ma ho altro da fare. Terzo piano, poi seguite le scale a destra e ancora a destra. Impossibile sbagliare. È su da molto tempo con una delle mie migliori ragazze. Preferirei rimanesse illesa…>> Disse Sodio, stringendo la mano ad entrambi.

David non si mosse, Andrea annuì cortesemente. In pochi attimi arrivarono davanti alla porta

<<Forza Dave…fuori il cannone>> Entrarono a pistola spianata. Le luci erano accese.

Perquisirono il piccolo soggiorno, poi la camera da letto. Trovarono la donna stesa per terra, sanguinante.

<<Accidenti…chiama un’ambulanza e aspetta che arrivi all’esterno. Io resto con lei>> Dave rimase sorpreso.

<<Cosa?!       Ma    dobbiamo    prendere quel tossico…altrimenti…>> Andrea lo zittì con un gesto della mano.

<<Sta morendo. Tu la sacrificheresti per prendere Penna? Avanti…>>  David si arrese.

Uscì dalla stanza e fece come aveva consigliato il collega, ma anziché attendere fuori, decise di andare al bar a farsi un bicchierino. Il caso volle che si sedette di fianco a Vittorio, intento a scolarsi il terzo whisky di rigore. Le foto segnaletiche usate dalla polizia risalivano a una decina di anni prima, e David non aveva mai visto dal vivo Mr. Penna. Fu così che cominciarono a parlare del più e del meno. Per sua fortuna, Vittorio era così fatto e ubriaco che decise di fare uno scherzo al gigante, mentendo sul suo nome.

<<Ah, io mi chiamo…Mike. Il grande Mike…non so se hai sentito parlare di me! Vendo ciabatte in fondo alla strada!>> Dave mise in mostra  uno strabiliante sorriso di circostanza

<<Piacere mio, Mike. Certo che dev’essere un lavoraccio il tuo…>> e proseguirono, discutendo della vita nelle sue numerose forme.

Andrea, intanto, aveva sentito arrivare l’ambulanza ed era sceso. Durante il tragitto si fermò al bar per riprendere fiato. In quel momento vide il collega parlare con Penna, gli si gelò il sangue. Che fosse stato corrotto? Impossibile…Ora, lui non poteva farsi vedere dal tossico, dato che si conoscevano molto bene. Uscì dalla sala e chiamò David col telefono. Dopo qualche minuto il collega venne verso di lui.

<<La donna è in salvo?>>

<<Dave…che stai facendo?>> Il gigante lo guardò confuso.

<<Che domande sono? Mi sto rilassando, dato che il nostro uomo se la sarà già data a gambe. Ho conosciuto quel Mike…è simpatico. Un vero pazzo, ma simpatico. Vieni dentro e unisciti a noi, davver…>> Andrea si mise a sghignazzare

<<Mike? Ma quale Mike! Quello è Vittorio Penna, idiota. Non l’hai riconosciuto?>> David, confuso, guardò il collega, poi il bancone del bar, e di nuovo verso il collega

<<E quindi…cosa facciamo?>>

     <<Ho preparato un piano infallibile e curato nei minimi particolari, senti qua: entriamo in quella cazzo di stanza a pistola spianata e lo arrestiamo…che ne dici?>> David, impenetrabile come al solito, estrasse l’arma e cominciò ad avanzare nel bar con il collega alle calcagna.

     <<Fermi! Polizia…nessuno si muova…a noi interessa solo Penna!>> di Vittorio neanche l’ombra.

Nel bar erano rimasti il personale (due cameriere poco vestite e il barista), due anziani signori in abiti eleganti e tre giovanotti in camicia. Nessuno parve spaventato dalle armi dei due agenti.

<<Ehi, amico>> disse uno dei giovani a David

<<Metti via quel cannone, potresti farti male. Sai, una volta anche io…>> non fece in tempo a finire la frase. Dave lo colpì con il calcio della pistola alla tempia così forte, da farlo stramazzare al suolo.

<<Non me ne frega un cazzo, amico. E voi altri, forza, parlate! Spero non vorrete farla passare liscia a un infanticida…>> Urla d’indignazione si alzarono dal tavolo dei due vecchi eleganti.

<<Si è calato dalla finestra, ora sarà nel parcheggio!>> Gli agenti lasciarono la stanza in fretta senza ringraziare.

Appena giunti nel parcheggio, videro la macchina di Vittorio sfrecciare davanti a loro a tutta velocità. In pochi attimi gli furono alle calcagna.

<<Accelera, Dave, accelera!>>

L’inseguimento proseguì per strade urbane, e strette vie scarsamente illuminate. Quando furono fuori città, la macchina di Vittorio si fermò bruscamente. Nessuno scese. Andrea si avvicinò lentamente, stringendo la pistola

<<Scendi, balordo! Ti abbiamo preso, non hai scampo!>>. Improvvisamente, lo sportello del guidatore si aprì, e apparve una giovane donna di carnagione scura

<<Io…agente…non l’ho rubata, stavo facendo un giro…Vittorio mi ha detto che avrei potuto farmi un giro! Non so…scusate…>> Andrea imprecò.

<<Dave, perquisisci l’auto, per favore>> Ma non trovarono nulla, se non il libretto e l’assicurazione intestati al Sig. Penna.

<<Fregati di nuovo…incredibile…torniamo da Sodio>> E ripartirono, lasciando sola la bella sconosciuta.

Teo Sodio accompagnò i medici nella camera 72, dove la prostituta bionda venne prelevata e portata via in barella. Consapevole che perdendo la bionda avrebbe perso almeno un paio di clienti per due, tre settimane, rimase seduto sul letto tenendosi la testa. Sentì vibrare il cellulare. Era Andrea:

<<Stiamo tornando, Sodio. Quel bastardo è ancora li…in macchina c’era un’altra delle tue puttane, accidenti!>>

<<Siete degli incapaci! Io vi consegno il mio miglior cliente, e voi entrate qui, a pistole spianate, e tutto quello che riesci a dirmi ora è che non l’avete preso, e che tornerete a farmi fare un’altra figuraccia davanti ai clienti?! Inaccettabile!>> E riappese.

Si sdraiò sul letto sconsolato. Improvvisamente una voce roca lo fece sobbalzare:

<<Ahhh, Teo! Potrei prenderne ancora?>> Vittorio uscì dal bagno, pimpante.

Sembrava più fatto che mai. Che avesse sentito la conversazione tra lui e la polizia? Improbabile, dato il quantitativo di alcool e droghe ingerite.

<<Fanculo! Prendine quanta ne vuoi…stasera va tutto storto…>> Vittorio corse verso l’armadietto e ne prese una manciata che cominciò subito a sminuzzare con un pugnale argenteo dalle strane incisioni

<<Spero tu non te la sia presa per quella troia…infondo, si tratta solo…di una troia, insomma.>>

<<Zzorio, non ti preoccupare. Ne ho mille come lei!>> Vittorio fece fuori tutta la cocaina dell’armadietto, eccetto due strisce che lasciò sulla scrivania..

<<Sai mi sto facendo così tanto perché non ho mai ucciso nessuno, e vorrei evitare di impietosirmi all’ultimo>> Sodio si pietrificò.

<<Uccidere? Chi?>> Vittorio mise in mostra i bei denti bianchi.

<<C’è uno stronzo che mi ha venduto in questa stanza…il suo cognome inizia con S e finisce con Odio…che, d’altra parte è la parola che meglio descriverebbe le emozioni in questo momento…lo conosci?>>.

Teo si alzò di scatto e raggiunse la porta, ma non riuscì a girare la maniglia. Il pugnale gli si conficcò nella nuca, uccidendolo all’istante.

Vittorio si abbassò e intraprese una delirante conversazione a senso unico con l’ormai defunto proprietario del Club, poi decise che era ora di andarsene.

<<Ci vediamo, Teo! Ti lascio due strisce di coca sulla scrivania, nel caso ne senta il bisogno. Fossi in te ne usufruirei, mi sembri molto giù!>>

Fece le scale velocemente e uscì nel buio. Corse a perdifiato attraverso le vie illuminate da strani lampioni color carne popolate da piccoli folletti arancioni. Dopo quella che a lui parve un’eternità, si ritrovò in un campo di grandi arbusti luminosi. Al centro della piantagione vide uno strano essere lucido, seduto su una poltrona gialla.

<<Accidenti…non avrei dovuto prendere anche quei dannati funghi…beh, vediamo cosa vuole>> Disse tra sé Vittorio, avvicinandosi alla curiosa presenza

<<Ciao amico, ho una domanda per te. Sapresti dirmi dove siamo? Io dovrei tornare a casa! Sai, la mamma sarà in pensiero a quest’ora!>>

L’altro alzò quella che doveva essere la testa: un grosso ammasso di gomma con due occhi verde scuro e una fessura al posto della bocca.

<<Vittorio, tua madre non c’è più da molto tempo, e tu, idiota, hai perso l’unica occasione di redimerti dai numerosi peccati commessi in questi anni…>>

<<Cosa vai blaterando, stupido ammasso di merda? E io dovrei anche starti a sentire?>> come se nulla fosse, l’essere gommoso continuò:

<<Giulia ti aveva dato un’opportunità, che però non hai colto. Un ultimo incontro con la cocaina, ti sei detto. E addio. Non posso tollerare altri comportamenti come questi, da te. Sarai condannato a vivere nella spirale temporale della tua morte, e commetterai lo stesso errore per l’eternità. Nessuno potrà salvarti, nessuno…>>  Improvvisamente, tutto scomparve. Una luce accecante salì in cielo.

Vittorio cercò di proteggersi da quella che sembrava una tremenda esplosione. Quando riprese conoscenza, si guardò attorno guardingo. Lo strano mostro era sparito, così come le parole da lui pronunciate. Non ricordava nulla. Si accorse di essere appoggiato con la schiena a un ammasso di mattoni che riconobbe come un vecchio pozzo. Cercò di rialzarsi ma scivolò sull’erba, e colpì con la testa il muro di mattoni

<<Non sforzarti, bastardo. Tra poco non sentirai più niente>> Davanti a lui si ergeva David, la pistola puntata.

     <<Sei stato scaltro, fin dall’inizio. Le sparizioni di quei bambini, poi i resti nei campi vicino alla tua villa. Per non parlare delle puttane stuprate e uccise, e della cocaina. Se oggi fossi rimasto a casa a dormire, probabilmente non ti avremmo mai preso. Anche perché, diciamocelo, di prove schiaccianti non ne avremmo mai avute…ma l’omicidio di stanotte…le telecamere nella stanza 72 hanno ripreso tutto>> Vittorio si diede un colpetto alla fronte

     <<Oh! Le telecamere! Vieni, coglione, arrestami. Comprerò il giudice, l’avvocato dell’accusa e se non dovesse bastare anche il tribunale. Non puoi fare nulla, poveraccio!>>

     Dave armò la pistola e fece partire un proiettile che si conficcò nella gola di Vittorio

   <<Sentenza definitiva: condannato a morte. Addio amico>> e se ne andò a passo svelto, pulendo con un fazzoletto l’arma.

     L’aveva trovata nella macchina di Penna, e da lì a poco se ne sarebbe liberato. Vittorio rimase solo. Il sangue, copioso, scorreva copioso sull’erba, colorandola. Anche in quel momento, ebbe pensieri solo per la cocaina. Nel frattempo, una vettura passò vicino al prato verdeggiante. L’autista vide il cadavere, ma non si fermò. Come avrebbe potuto? Stava litigando con una bella donna seduta sul sedile del passeggero. E, vi prego, non siate troppo duri nel giudicarlo, perché anche voi vi sareste comportati allo stesso modo…

Questo racconto fa parte della raccolta  “GLI ABITANTI DELLA NEBBIA“, disponibile su Amazon a 0,99 cent. Se ti è piaciuto, acquistala versione completa (gratuita per chi usufruisce dell’abbonamento KIndle Unlimited) e lascia una recensione.

 

Creativa-mente: l’arte della distruzione

Iniziamo con una bella citazione, tanto per cambiare:

 “Le regole sono ciò che gli artisti rompono; ciò che è memorabile non è mai nato da una formula”

Bill Bernbach

Nel caso non foste informati, Bill Bernbach è stato un noto pubblicitario, scomparso negli anni 80, considerato da molti come uno dei più influenti personaggi del suo tempo. Una figura rivoluzionaria, capace di creare con il proprio ingegno magnetiche campagne pubblicitarie, unendo spirito creativo a prodotti dalla qualità elevata. In due parole: rivoluzionario. Distruttore. L’atto creativo non ha nulla a che vedere con statiche regole assiomatiche. Lo stesso Bernbach non vide mai la creatività come una scienza esatta, bensì come un’espressione dinamica e intuitiva dell’intelletto umano. Noi del team, tuttavia, vogliamo esprimere un’idea differente, a metà tra l’universo bernbachiano e la visione scienza-centrica basata su assiomi immutabili.

Tra scienza e intuizione 

L’intuizione creativa è la più grande invenzione della genialità umana. L’unico piccolo, infinitesimale problema sta nella temporalità. Illuminazioni, vanno e vengono. Non a caso il simbolo che contraddistingue un’idea geniale è il lampo: veloce, tremendamente luminoso e violento. Una forza tremenda, in grado di ridurre in cenere teorie pregresse. Il messaggio che vogliamo trasmettere a te, cara lettrice o lettore, è il seguente: cercare un ipotetico conflitto tra scienza e creatività è inutile, poiché non vi è nulla di più creativo della scienza.

Rompere per costruire

Le teorie scientifiche non possono essere confermate, ma solo falsificate. La scienza è una continua distruzione del passato, in favore di un futuro più comprensibile. Il punto di partenza, perciò, non dev’essere un assioma, ma un’idea. Reinterpretando la citazione sopra di Bernbach, avremo:

Le regole sono ciò che gli scienziati rompono. Ciò che è memorabile non è mai nato da una formula statica, ma da formule dinamiche, pronte per essere infrante.

Tragodia (Feat Bill Bernbach)

Così, l’artista diventa scienziato, e lo scienziato artista. Un mutuo scambio di ruoli, che sfocia nella stessa figura. Il risultato? Memorabile, mai nato da una formula, bensì accresciuto da esse, fino a diventare antiquato, pronto per essere distrutto da un lampo di genio.

Per questo, noi ci definiamo artisti-scienziati, con la nobile missione di diffondere informazioni di qualità, ma anche di stuzzicare le menti per favorire il superamento di queste.

E tu, pensi che la figura di artista e scienziato possano coesistere in un’unico carattere?

Capitolo 10 – Denti da ratto

…premette sul polso per girarlo verso di sé. Al tatto, percepì un battito cardiaco estremamente accelerato. Decisamente troppo elevato per una persona priva di sensi. Andrea si mosse repentinamente. Mise un braccio attorno alla gola dell’ignaro visitatore. Con la mano opposta premette la fredda canna della pistola sulla tempia nemica. “Adesso mi dici chi cazzo sei. E soprattutto, perché non dovrei farti saltare il cervello all’istante…cinque secondi a partire da ora”. L’altro cominciò ad ansimare rumorosamente “Luigi…sono…Luigi…l’amico di Adelina…” Il detective si mosse verso l’unica lampada rimasta intatta. La luce rivelò il terribile aspetto di Luigi

<<Che occhi…cosa ti sei calato prima di venire qui? Ne avresti ancora una dose?>>

Gettò a terra la pistola, scarica a causa dello scontro precedente, e si lasciò cadere a terra.

<<Anche tu vuoi uccidermi, vero? Bene…non ho intenzione di porre altra resistenza…>> di tutta risposta, Luigi sedette accanto a lui e sorrise, mettendo in mostra gli orrendi canini

<<Sono venuto per salvarti, ma temo di essere arrivato leggermente in ritardo. In ogni caso, vorrei dirti quello che posso>>

Andrea agguantò sogghignando la bottiglia di Brandy, che come la lampada non aveva subito danni. Dopo cinque lunghi sorsi, assunse un’aria decisamente più rilassata

<<Ora sono pronto ad ascoltare qualsiasi cazzata tu abbia da dire, mostro>>

I due rimasero a fissarsi per un paio di minuti, in silenzio. Spazientito, il detective brandì la bottiglia come fosse una spada, rovesciando parte del prezioso liquido sul divano.

<<Muoviti! Sono le quattro del mattino, e dopo una seratina del genere non mi spiacerebbe chiamare i colleghi e dare una ripulita a questa stalla del cazzo. E magari, dare la caccia a quella sgualdrina…>> Luigi sorrise con aria preoccupata

<<Bene, iniziamo…dimmi…cosa pensi io sia?>>

Andrea si avvicinò di più, osservando da vicino lo strano individuo. Occhi rossastri, orecchie pelose, più lunghe del normale. Denti lunghi come coltelli di un macellaio.

<<Ad occhio e croce, un roditore. Un grosso e grasso topo di fogna con i denti troppo cresciuti>>

<<Essenzialmente, si. Di certo il ratto è l’animale che mi assomiglia di più. Tuttavia, la mia gente è stata chiamata con vari nomi. Succhiasangue, sanguisughe, vampiri…>>

Andrea scoppiò in una fragorosa risata, spargendo brandy per la stanza

<<Accidenti! Pensavo di essere io l’alcolizzato!>>.

Luigi continuò a parlare, come se niente fosse

<<Ci sono diverse specie di vampiri. Io appartengo alla più mite. Ci nutriamo principalmente del sangue di piccoli mammiferi.  Niente vergini o cose simili. Le vergini servono, si, ma a fabbricare utensili magici. Abbiamo però cugini più grossi che consumano regolarmente sangue umano. O meglio, consumavano, al giorno d’oggi si sono estinti.>>

Il detective trangugiò l’ultimo sorso di alcolico, sempre più confuso. Una bottiglia di meno di un quarto d’ora.

<<Non capisco…vampiri, belle donne che si trasformano in mostri alati. E, soprattutto, perché tutto a casa mia?>>

Luigi esortò a raccontare l’accaduto nei minimi particolari. Appena l’uomo ebbe finito, disse:

<<Ali d’oro, serpenti al posto dei capelli. Era una delle tre Gorgoni. E mi stupisce che un essere umano sia rimasto illeso.>>

<<Illeso? Amico, ho la testa che mi scoppia, lividi fino al buco del culo…>>

<<MI spiego meglio. Vedi questi?>> disse il vampiro, indicando una miriade di piccoli buchi di dimensioni variabili sul parquet

<<Sono stati provocati dal sangue della Gorgone…altamente corrosivo. Il fatto che tu abbia il suo sangue sulla pelle, e che questo non ti abbia ucciso, non ha una spiegazione logica>>

Andrea abbassò lo sguardo sul petto, e vide numerose chiazze rossastre sulla sua pelle.

<<Tuttavia, la gorgone è l’ultimo dei tuoi problemi. La farfalla dorata che mi hai portato è un antico simbolo, rappresenta la morte, ma anche la rinascita. Gli esseri umani, tuttavia, non possono vederla, perché essa non fa parte del mondo che conosci. Sei sicuro di essere…>> e si bloccò di colpo, drizzando le orecchie a punta.

<<Dobbiamo andarcene, e alla svelta. Ti porterò al sicuro, fidati di me>>

Andrea avrebbe voluto protestare. Si guardò attorno, dubbioso. Le assi del parquet devastate, televisore e sedie nei muri, e dopo la bottiglia di brandy, un tasso alcolemico da elefante. Decise di seguire Luigi, che nel mentre aveva assunto di nuovo un aspetto vagamente umano.

In cinque minuti di macchina raggiunsero uno spazio verde tra due enormi complessi residenziali. Avvicinandosi al prato, Andrea vide una casella della posta vecchio stampo: un pezzo di latta rossa malamente impalato su un grezzo bastone di legno. Luigi estrasse un pugnale argenteo e incise un ampio taglio sul palmo, facendo il sangue all’interno della latta. Una vecchia casa si materializzò dal nulla. Dopo aver pulito accuratamente l’arma sull’erba, disse:

<<Entra. Troverai una persona…insomma, qualcuno che potrà aiutarti. Io devo andare a trovare dei vecchi amici per capirci qualcosa…>> e si fiondò in macchina senza attenere risposta alcuna.

Andrea sospirò sconsolato. Una decina di ore fa, una donna provocante si era trasformata, sul suo bel divano, in un orrore volante con vipere al posto dei capelli, e ali di piombo. Poco dopo, un grosso topo parlante l’aveva probabilmente salvato da morte certa, portandolo davanti alla casa di un presunto alleato. Avrebbe raccontato questo, ai colleghi? Non aveva scelta. Si incamminò con passo lento verso la casa, più confuso che mai…

FINE PARTE PRIMA

I pharmacoi, quelli buoni…

Bene, riprendiamo da dove eravamo rimasti. Dai farmaci!

Nell’accezione classica, il termine pharmakon assume un doppio significato. Se aveste letto gli scorsi articoli, sapreste di certo che il termine in questione è una vox media. Siccome sono una brava donna (o uomo, chi lo sa…), vi rinfresco la memoria: una vox media può esplicare un significato, e il suo contrario, in base al contesto in cui viene citato. Così, un pharmakon può essere sia medicina che veleno mortale. Bello, vero? Nel racconto breve di nostra produzione Il quinto assenzio, il protagonista Giovanni si trova dinanzi un bicchiere del suddetto alcolico che svolge il ruolo di pharmakon. L’esito della bevuta dipenderà esclusivamente dal volere delle divinità: potrebbe imprigionarlo per sempre nella dimensione alternativa, oppure concedergli una seconda opportunità.

Se però anziché pharmak-on scriviamo pharmac-os, tutto cambia. Eh si, perché da neutro diventa maschile. Dovete sapere che nella grammatica greca antica i generi sono tre, non due. Anziché solo maschile e femminile, abbiamo neutro, maschile e femminile. Spesso i termini neutri finiscono con –on, mentre i maschili con –os. Chiedo venia ai classicisti per una spiegazione tanto breve quanto semplicistica, spero mi perdonerete, ma non posso fare il/la pignolo/a. Non qui. Volete ripetizioni? PAGATEMI. Ora, tornando a noi…nel caso in cui il termine sia di genere maschile, si è soliti riferirsi ad una persona. Il significato, però, rimane lo stesso…

A questo proposito, vorrei raccontarvi una storiella interessante. Poniamo che vogliate liberare la vostra beneamata cittadina dal peso dei peccati dei cittadini. Quale sarebbe la vostra idea? Ebbene, quei bricconi degli ateniesi ricorrevano al pharmakos (al plurale, pharmakoi). Esatto, alla persona. In che modo? Beh, dunque…due uomini, solitamente condannati a morte, assumevano il ruolo di pharmacoi. Venivano prima ben nutriti, poi insultati, picchiati ed uccisi. I più fortunati riuscivano ad allontanarsi in fin di vita dalla città. Banditi per sempre. La morte di due, in cambio del perdono di mille. Il giusto prezzo per espiare i peccati di ogni cittadino.

Il rito catartico appena descritto prende il nome di Targelie, il 24 e 25 Maggio, in onore del dio olimpico Apollo. Nel caso aveste un vicino rompiscatole, o semplicemente una suocera poco simpatica, potreste proporre loro di interpretare il ruolo di pharmakoi in improvvisando Targelie home-made. Ovviamente scherzo…sai che fatica, poi, lavare il sangue dal pavimento!

PS. ti è piaciuto questo articolo? Bene, abbiamo una sezione dedicata all’epos, e alle tematiche che dominano il mito e la tragedia. Dai un’occhiata qui, se hai tempo! (da perdere, ovviamente).

Tragodia

Più forti sui social

MISSION? COSA VUOL DIRE

No, non si tratta di un film d’azione. O di un videogames. La parola Mission viene comunemente utilizzata in gergo aziendale per indicare lo scopo ultimo dell’organizzazione stessa, che la rende unica ed inimitabile. Cosa ci contraddistingue, dunque, dagli altri milioni di blog che parlano di libri e recensioni? Basta dare un’occhiata al menù principale per capirlo. Come? Non vedi la differenza? Guarda meglio:

  • La scienza della lettura Nella sezione Scienza vengono esposte le migliori ricerche scientifiche, con tematiche che spaziano dall’effetto della lettura sul cervello, sul corpo, sulla creatività e l’intelligenza. Il tutto con un tono scherzoso e leggero.
  • Antiche attualità In un’altra sezione, dedicata all’Epos, portiamo esempi concreti di come sia possibile scorgere nella vita odierna le tematiche che gli aedi cantavano nelle loro storie.
  • Universo letterario Tragodia Ogni nostra pubblicazione, che si tratti di un racconto breve, di un romanzo pubblicato a puntate, di un ebook o un libro cartaceo, sarà dominato dalle implicite leggi della tragedia e del mito greco. Il filo conduttore delle nostre opere è unico, e può essere ritrovato in La rivincita dei titani. La prima parte sarà pubblicata per intero sul sito, e rimarrà disponibile per letture e consultazioni.
  • Promozione Artisti – Vorresti avere un impatto sul social più forte, ma non conosci gli algoritmi che regolano i mondi paralleli di Facebook e Instagram? Non sai cosa sia un Hashtag? Ti aiuteremo gratuitamente a migliorare il tuo profilo, per raggiungere un pubblico maggiore, attraverso i nostri canali di pubblicazione.
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