La rivincita dei titani – Capitolo 8

La ragazza era seduta sullo sgabello in una piccola stanza con un misero divano e uno televisore a venti pollici con tubo catodico. Appoggiò la tunica di lino sul bel seno prosperoso, si legò i capelli e cominciò a ricamare pentacoli sul fine tessuto bianco. Osservò la montagna di lavoro che l’aspettava, e sospirò “Papà, non capisco perché debba sempre essere io a ricamare questi stupidi disegni senza senso! Ѐ l’ultima volta, giuro!!” Un ometto basso, calvo e in carne fece capolino dalla stanza adiacente “Greta, ma allora quando parlo non mi ascolti! Non posso farlo, devi essere tu per forza! Una ragazza vergine, VERGINEE! Se saltiamo questo passaggio, l’incantesimo finale non avrà effetto!”  Greta sorrise maliziosamente “E sentiamo, chi ti ha detto che io sarei ancora vergine?” L’uomo calvo strabuzzò gli occhi, stupito “Cosa…cosa stai dicendo? Hai diciotto anni, non dire assurdità! AH, aspetta che lo sappia tua madre!” La ragazza non riuscì a trattenere una tremenda risata “Scherzo, papà! Sta tranquillo. Però sono stufa, davvero. Penso che mi troverò un bel fidanzato”.  L’omino finse di sorridere e se ne tornò nella stanza dal quale era sbucato. Il rituale era molto delicato, una cosa fuori posto e la magia non avrebbe avuto alcun effetto. “Allora, vediamo…la tunica ricamata dai una vergine…poi, nell’unguento vanno sangue di capra, unghie di gatto e…accidenti, non ricordo!” La stanza ospitava due scaffali pieni di libri vecchi almeno quanto lui. Ne prese uno piuttosto rovinato “Sangue di rospo, si! Sangue di rospo e rosa del deserto”. Prese un pentolino e mescolò gli ingredienti con cura. L’unguento andava preparato in fasi di luna crescente, come indicato dal rituale. “Perfetto, ora manca solo la lacrima di vampiro. Spostò uno dei tanti libri su uno degli scaffali e prese una boccetta trasparente, che però non conteneva nulla. L’omino si strinse nelle spalle “Ahh, mi tocca riempirla di nuovo!” Cominciò a pinzarsi con una tenaglia un dito. Dopo poco cominciò a piangere dal dolore. Raccolse le poche lacrime nella boccetta, poi tornò al pentolino. L’inserimento delle lacrime di vampiro nell’unguento era il passaggio più delicato. Si chinò lentamente. Il liquido incolore stava per colare nell’intruglio, quando il suono del campanello lo costrinse ad un brusco movimento della mano destra. Luigi osservò impotente la boccetta frantumarsi in tanti piccoli pezzettini. Maledicendo il cielo, chiese alla figlia chi fosse alla porta “Una tale Adelina e un suo amico…per una torta!” L’uomo strabuzzò gli occhi. Con tutto quel daffare si era completamente dimenticato della torta di compleanno per la figlia di Adele. Fortunatamente aveva appena finito di cucinare un antico dolce medievale commissionatogli da un ristorante per la prossima settimana. Si coprì con un panno il pollice sanguinante e accolse i due in soggiorno “Adele, è quasi pronta. Devo solo…scrivere il nome ed è fatta! Dammi cinque minuti!” Lei sorrise “Non c’è problema. Vorrei presentarti Andrea, un mio vecchio amico. I due si strinsero la mano. Nel portare il braccio verso il cuoco, il detective fece scivolare volontariamente un disegno raffigurante una farfalla dorata per terra. Luigi lo raccolse, osservandolo perplesso “E questo cosa sarebbe? L’avete rubato ad un bambino?” Andrea si strinse nelle spalle “L’ho fatto io. Mi piace disegnare…è già la terza volta che faccio lo stesso sogno. Una farfalla dorata che spicca il volo da esseri umani morti. Più che sogno, direi incubo” L’omino grassoccio allontanò il pezzo di carta dalla sua vista, come disgustato “Una farfalla…interessante. Sono appassionato di simbologia…potrebbe avere molti significati. Starei qui a parlare con voi per ore di disegni o sogni, purtroppo in questo periodo ho parecchio da fare…ora se non vi dispiace…” disse, indicando la porta. Adele sollevò il sopracciglio sinistro “Non stai dimenticando qualcosa?” Il cuoco parve innervosirsi “Sulle farfalle? Non saprei dire nulla di più. Perché continuate ad insistere?” La donna sollevò gli occhi al cielo “Luigi, per l’amor di dio. Sto parlando della torta!”  Lui sorrise, imbarazzato “Oh, certo, vado subito a prenderla!”

Appena i due ospiti se ne furono andati, Greta si avvicinò al padre con fare affettuoso, chiedendogli perché uno stupido disegno con una farfalla l’avesse innervosito così tanto. “Greta, non puoi capire. La farfalla dorata…sono i divoratori…” La ragazza rise divertita “I divoratori? I mostri delle fiabe che mi raccontavi quando avevo sei anni? È ridicolo!” Luigi cadde pesantemente sulla poltrona “Tu sei troppo giovane, non puoi capire. Segui il mio ragionamento. Noi siamo vampiri. I vampiri, per gli esseri umani, sono frutto della fantasia di pazzi scrittori psicopatici. Ora…se noi siamo reali, cosa vieta ai mostri dei nostri racconti di esistere?” Greta si strinse nelle spalle, dubbiosa. “Figlia mia, non so in quali casini si sia infilato quel detective, ma potrebbe essere in pericolo. Se è vero ciò che dice…allora i divoratori vogliono mostrarsi a lui. Una cosa del genere non è mai accaduta…mai!”. La ragazza si alzò di scatto, facendo rovinare a terra le tuniche ricamate “Se è nei guai come dici, dobbiamo avvertirlo. Lui non sembra sapere nulla né di vampiri né di divoratori…” Luigi scosse la testa energicamente “Tu sottovaluti la situazione. Potrebbero esserci conseguenze anche per noi. Non vorrei mai che ti accadesse nulla. Tua madre mi ucciderebbe!” “Ah, è così? Allora, ricamateli da solo, questi vestiti idioti!” Rispose, chiudendosi nella sua stanza. Luigi stava per ribattere, ma il suono della serratura lo dissuase. Meglio tacere, in casi come queste. Tornò nel laboratorio a finire l’intruglio. Si pinzò di nuovo il dito. Il dolore, più forte del solito, lo costrinse ad indietreggiare, colpendo una pila di libri che caddero a terra. Ne raccolse uno, intento a rimetterlo al suo posto. Nel leggere il titolo, rimase senza fiato “Divoratori: tra storia e leggenda”. Sfogliando le prime pagine, vide il ritratto di uno dei mostri. Il corpo da uomo, due ali candide e il volto di farfalla. Andando più a fondo, lesse di un cacciatore che aveva avuto incontri ravvicinati con i divoratori. Un passaggio lo incuriosì particolarmente “…prima di incontrarli, vidi una farfalla dorata, leggera, apparsa dalla bocca del cadavere di un uomo che io stesso uccisi per vendetta…”. L’amico di Adele aveva detto di aver sognato le farfalle dorate “E se quel bastardo avesse mentito…se invece l’avesse vista dal vivo?” disse tra sé Luigi. Il resoconto del cacciatore continuava, descrivendo i divoratori come esseri soprannaturali, dalle abilità sovrannaturali, tra le quali forza eccezionale e capacità di bloccare lo scorrere del tempo “Nonostante le loro straordinarie qualità I divoratori agiscono per ristabilire l’equilibrio, senza alcun atto di volontà. Il fatto che io sia stato avvicinato da esseri simili mi ha tolto il sonno. Ogni cosa che accade negli altri universi trova la sua causa nell’universo 1. Ed essendo stato esiliato, non posso sapere…” Luigi chiuse il libro, tanto vecchio quanto pesante. Nella gerarchia degli universi, un cacciatore rappresentava forse il gradino più alto della razza umana. Se anche un essere dalle sue potenzialità non aveva potuto nulla contro i divoratori, cos’avrebbe potuto combinare l’amico di Adele? Decise di aiutarlo. I suoi poteri di vampiro anziano l’avrebbero facilitato nella ricerca della casa e nell’eventuale lotta.

Andrea accompagnò a casa Adele. Durante il tragitto ebbero modo di scambiarsi le rispettive opinioni sul sospetto comportamento di Luigi “Si…evidentemente ha paura” diceva il detective, eccitato “L’ho visto sul suo volto…una paura genuina. Devo portarlo dentro e interrogarlo!” Adele scosse la testa “Portarlo dentro per cosa? Andrea, non dire assurdità. Capisco che tu voglia saperne di più. Se questa cosa sarebbe successa a me, probabilmente sarei già impazzita da un pezzo. Ma non avere fretta…” “Fretta è il mio secondo nome, lo sai. Potrei utilizzare un pretesto qualunque. Una multa non pagata, qualsiasi cosa…” Adele provò con tutte le sue forze a dissuadere l’amico dal compiere mosse azzardate “Va bene, mi hai convinto!” Le rispose lui, prima di salutarla. Lei annuì poco convinta e chiuse la portiera. Rimase fuori in giardino fino a quando l’automobile non scomparve nel traffico, poi volse lo sguardo al cielo, supplichevole. Si rivolse a un dio col quale spesso era entrata in conflitto, pregandolo di aiutare Andrea.

Grazie al traffico cittadino, il detective arrivò a casa per le 23 30. Appena sceso dalla macchina, si accorse di una losca figura nel viale di casa sua. Era alta, vestita di nero, con un cappuccio che le copriva il volto. Andrea si avvicinò lentamente, con la mano sulla pistola. Anche l’altro si mosse con passo deciso in direzione del detective. “Chi sei…cosa vuoi?” Chiese Andrea, quando furono abbastanza vicini. Di tutta risposta, il misterioso individuo si tolse il cappuccio…

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