La rivincita dei titani – Capitolo 7

Il ragazzo fumava, in un vicolo. Era vestito di stracci. Ai piedi un paio di scarpe bucate, scolorite dai troppi lavaggi. Prese con l’indice e il pollice la sigaretta, distanziandola leggermente dalla bocca. Espirò un denso fumo bianco. L’aroma pungente sprigionato dalle illecite sostanze contenute nella cosiddetta sigaretta riempirono il vicolo in pochi secondi. “Non c’è niente di meglio di una canna, quando sei giù. Ma che dico, non c’è niente di meglio di una canna…e basta”. Sussurrò, compiaciuto. Aveva iniziato ad assumere droghe leggere di ogni tipo da un paio di mesi. Da quando gli avevano diagnosticato un cancro al cervello. Sua madre piangeva ininterrottamente da giorni. Il padre neanche c’era. La vita non era stata gentile con lui, né lo sarebbe mai stata. Iniziò a fare su un’altra canna, sempre con lo stesso flemma, canticchiando una canzoncina malinconica che spesso passavano in radio “Che fretta c’è? Tutti, se ne vanno, prima o poi…canta con noi, canta con noooi!” Improvvisamente, una folata di aria gelida lo investì, facendo cadere a terra cartina, filtro e marijuana. Il ragazzo si gettò sul cemento disperato, cercando di recuperare la preziosa sostanza. Qualcosa di tremendamente duro lo colpì alla testa, tanto da farlo sanguinare. Alzò lo sguardo e vide una figura incappucciata. Impugnava una sbarra di ferro arrugginita. “Chi diavolo sei? Cosa vuoi da me? Non ho niente da darti, niente!” Esclamò il ragazzo, tenendosi il capo con entrambe le mani. L’aggressore si tolse il cappuccio “Ti sbagli. C’è qualcosa che puoi darmi…prima che sia troppo tardi. Non temere, sono qui per aiutarti”. Il ragazzo, vedendo cosa si nascondeva dietro al cappuccio, rimase allibito. Si strofinò più volte gli occhi, dimentico del lancinante dolore dovuto al colpo. Non poteva essere reale… probabilmente un effetto della marijuana. Come se avesse letto nei suoi pensieri, l’aggressore esclamò “No, non può essere stata la cannabis. Ne hai fumata troppo poca…vieni con me…” Con un movimento tanto fluido quanto innaturale, colpì nuovamente il malcapitato alla testa. Egli cadde privo di vita, irrorando il grigio marciapiede con giovane sangue umano.

Il cadavere venne trovato da una vecchia, che non capendo subito la situazione provò a rianimare con un paio di schiaffi. Andrea e altri due agenti vennero mandati dal nuovo ispettore capo sul luogo del delitto. Appena arrivato, ispezionò il cadavere e lo spazio circostante. Vide la spranga insanguinata a pochi passi dal corpo. La parte pulita della spranga era ripiegata all’interno, come se qualcuno l’avesse stretta così tanto da romperla. “Ehi Andrea, guarda qui. C’è tutto l’occorrente per sballarsi”. Disse Maya Diaz, uno degli altri poliziotti. Il detective si avvicinò, e vide un filtro, una cartina lunga e almeno mezzo grammo di Marijuana finemente tritata. Ispezionò il cadavere, trovando un grinder, un portafoglio con i documenti e un accendino. “La nostra vittima faceva uso di droghe leggere, a quanto pare. Vai in centrale e scopri tutto quello che puoi su…uhm…” Estrasse la carta d’identità dal portafoglio e lesse il nome del ragazzo “Alfonso Carrozo”. Maya annuì seria “Vado subito!” rispose lei, avviandosi rapidamente verso la volante. Andrea tornò al cadavere. Stava per esaminare il volto del ragazzo, ormai irriconoscibile, quando con la coda dell’occhio, percepì un luccichio alla sua destra. Voltandosi, vide quello che non avrebbe mai voluto vedere: una farfalla dorata era appoggiata alla nera parete. Senza badare al rumore, cominciò ad urlare e a gesticolare verso lo strano insetto. Gli altri presenti sulla scena del crimine trasalirono. La vecchia testimone si gettò a terra spaventata, mentre dall’altro collega di Andrea si avvicinò velocemente “Che succede?” “Il muro…il muro!”. Ma, anche stavolta, Il detective fu l’unico a vedere il prodigio, scomparso senza lasciare alcuna traccia.

Una decina di minuti dopo arrivò l’ambulanza, seguita dai medici della scientifica. Il detective tornò alla centrale, più confuso che mai. Trovò Maya al computer, intenta a finire la ricerca su Carrozo. “Vive con la madre di fianco all’ospedale civile, nello stesso quartiere in cui sono cresciuta. Non è un bel posto, e se non riesci ad andartene, beh…le droghe leggere sono il male minore”. Andrea guardò Maya attentamente: circa sul metro e sessanta, carnagione scura e capelli biondo secco. Non doveva avere più di venticinque anni, ma non si comportava affatto come una novellina. Sorrise compiaciuto “Bene, ottimo lavoro. Andiamo a fare due chiacchiere con la madre. Sono sicuro che parlerà più che volentieri con te…hai all’incirca l’età del figlio e conosci il posto…”. Lei ricambiò il sorriso, e lo seguì entusiasta verso la volante. Dato che la polizia non era ben accetta nel quartiere, posteggiarono la macchina nell’immenso parcheggio di un ospedale a poche centinaio di metri di distanza. Raggiunsero l’indirizzo a piedi in poco più di cinque minuti. Davanti ai loro occhi si ergeva una schiera di condomini cadenti. Case popolari con finestre bucate e i muri scricchiolanti. Citofonarono più volte al nome “Carrozo”, ma nessuno rispose. Maya scosse la testa “Probabilmente è guasto…qui nessuno si prende la briga di sistemare certe cose… chiediamo a qualcuno”. Fermarono la prima persona che videro: un uomo pallido, alto, con un caschetto di capelli marrone scuro. “La signora Carrozo? Si, al secondo piano a sinistra. Dovrebbe esserci la targhetta. C’è qualche problema?” Andre rispose in tono garbato “Dobbiamo metterla al corrente della scomparsa del figlio…lei conosceva Alfonso Carrozo?” il gigante assunse un’espressione dispiaciuta. “Oh, si, lo conoscevo eccome. Qui tutti conoscono tutti, anche se siamo tanti. Era un gran bravo ragazzo. È stato il tumore, vero?” Maya piegò la testa verso destra “Il tumore?”. L’uomo spiegò brevemente di come quel ragazzo, così giovane e puro, era incappato nel peggiore dei mali senza meritarlo. “Non so altro. Credo che Anna…ehm, voglio dire, la signora Carrozo potrà darvi ulteriori informazioni. Ora devo andare, scusate!” E sparì dietro ad una rampa di scale. Andrea guardò Maya, che si strinse nelle spalle. La signora Carrozo li accolse con cortese falsità. Entrambi percepirono dai modi e dalle espressioni un certo odio nei confronti delle forze dell’ordine “Se siete qui per mio figlio, sappiate che…sta morendo. Non dategli altre pene, voialtri!” Si accomodarono in quello che doveva essere il soggiorno. Un tavolino di legno bucato, due sedie di plastica e una poltrona gonfiabile piena di macchie marroni. Maya attese che anche la padrona di casa si sistemasse, poi cominciò a parlare “Signora mi ascolti…capisco la situazione. Sono cresciuta anche io in questo quartiere…” La donna incrociò le braccia nervosa “Si, davvero? Allora lasciatemi in pace!” “Signora, siamo qui per avvisarla della morte di suo figlio…” La donna inizialmente non voleva credervi, poi scoppiò in lacrime.  Disse che il figlio era intelligente, avrebbe voluto studiare e lavorare “Il tumore me l’ha portato via…ha cominciato a drogarsi. Io sapevo, ma non avevo idea di come comportarmi. Stava morendo…morendo!! Voi come vi comportereste con un figlio che sa di essere morto anche se può respirare?” I due detective, dopo aver provato a confortare la madre ferita, tornarono alla stazione di polizia privi di risposte concrete. Una volta in macchina, Maya sospirò “Il solito omicidio senza un colpevole. So come funziona…ne ho visti tanti di casi del genere. Giovani ragazzi di quartieri malfamati trovati morti, senza una famiglia alle spalle. Lo archivieranno in un lampo…e l’assassino la farà franca” Andrea percepì una genuina rabbia nelle parole della collega. Avrebbe voluto confortarla, dirle che no, non era il solito omicidio. Che c’era una connessione tra quello e il caso Manzese. Ma non poteva. Maya percepì la sua esitazione “Che succede? Sai qualcosa che io non so?” Il detective vacillò. Avrebbe potuto provare a spiegarle gli ultimi avvenimenti. Giusto per avere un alleato sul lavoro. L’agente Diaz sembrava giovane, desiderosa di imparare. Forse avrebbe capito, forse…la vibrazione del telefono lo distrasse “Pronto, si…ah, Adele!” “Andrea, passa da me domani alle 11. Andiamo a far visita a Luigi, per capire se potrà esserti utile…” “Va bene, confermo. Ti devo salutare, sono in servizio” disse, chiudendo la conversazione. Maya non aveva mai smesso di guardarlo, in attesa di una risposta. Quando vide che il collega se ne stava zitto, completamente assorto nei suoi pensieri, si voltò verso il finestrino, rassegnata.

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