Capitolo 5 – Assassinio

Marko attese che la macchina di Andrea se ne fosse andata, poi si vestì. Aveva dubitato delle parole di Giovanni sin dal primo momento. Sapeva che l’amico non stava passando un bel periodo a causa della separazione coniugale. La donna se n’era andata con entrambi i figli a vivere dalla madre dopo aver scoperto che il marito aveva speso una fortuna alle slot machine. “Sono un deficiente, Marko. Come ho potuto giocarmi tutti quei soldi? E ora come la pago la scuola alle bambine?” Avrebbero dovuto incontrarsi per discutere di questo, fare quattro chiacchiere in amicizia. E perché no, anche per una bevuta in onore dei bei tempi andati. L’amico, però, era arrivato completamente sotto shock, raccontando quella storia strampalata, che in seguito si era rivelata vera. O verosimile. Marko si vestì in fretta con degli abiti sportivi. Era pronto ad uscire, quando una voce assonnata alle sue spalle lo fece sobbalzare “Ehi, dove stai andando?” Una donna in intimo fece la sua comparsa. Una moltitudine di riccioli spettinati, unita alla pelle bruna e ai seni prosperosi le conferivano una sensualità mediterranea. L’uomo le venne incontro. Passò una mano sulle sue guance calde, poi la baciò dolcemente “Esco a fare una corsetta”. Lei sgranò gli occhi, sorpresa. “A quest’ora? Ma per piacere…dimmi dove stai andando…” gli occhi della donna si fecero stretti, la sua espressione angelica divenne aspra e dura “Di nuovo con lei, non è vero?” Marko scosse la testa, esasperato “Non mi vedo con nessuno. Te lo posso giurare, Claudia…” “Va bene, allora sai cosa? Mi è passato il sonno, vengo anche io!” Fece per andare verso la camera da letto e cambiarsi, ma lui la trattenne “No, non puoi venire…” Claudia si bloccò di colpo. Guardò prima Marko, incredula, poi la mano stretta attorno al suo braccio. Con uno strattone si liberò, indietreggiando velocemente. “Sei uno stronzo, un autentico PEZZO DI MERDA!” Si chiuse in camera, sbattendo la porta. Marko, immobile in cucina, sentì la chiave girare nella serratura. Non provò nemmeno a chiamarla. Fatica sprecata. D’altronde, la colpa era solo sua. O meglio, di una parte di lui. La più antica e immutabile. Aveva sempre avuto la passione per le donne. Al liceo, poi all’università. Sempre la stessa storia. La sua fame era spropositata, e le donne in qualche modo lo percepivano. Nessuna era mai riuscita a resistere. Claudia era diversa dalle altre, lui l’amava. Ma la fame lo aveva spinto a tradirla sul lavoro. La ex segretaria del suo ufficio si era sempre fermata più ore del dovuto al lavoro. Era giovane, bella e provocante. Marko aveva cercato di resistere il più possibile, ma più si tenta di rifuggire una provocazione, più essa diventa irresistibile. Così, una notte, uscendo dal suo ufficio l’aveva trovata senza reggiseno sulla scrivania. Ed era successo. Non che avesse fatto poi molto per nasconderlo, per lui non aveva importanza. Claudia, giustamente, non la pensava allo stesso modo. La verità era venuta a galla dopo una sbronza, con conseguente litigio. Da quel giorno Claudia era sempre insicura, ansiosa. Marko avrebbe voluto confortarla, aiutarla ad essere più forte dandole delle certezze. Sapeva di avere il meglio tra le mani, e non gli andava di perderla per una sciocchezza. Probabilmente, però, era troppo tardi. Anche Gio si era pronunciato in favore del loro amore “Quella donna ti ama, idiota. Cerca di capirlo. Se te la fai sfuggire, vado a provarci io, capito?” Il solito pazzo. Uscì dalla porta di servizio, correndo sull’asfalto bagnato fino a casa dell’amico, un appartamento al piano terra di un condominio appena costruito. Lungo il tragitto si fermò per pochi istanti ad osservare la luce proveniente dal salotto della casa dei vicini, sempre svegli a guardare la televisione.

Marko nel condominio, provando a suonare più volte il campanello. Nessuna risposta. Leggermente sfinito dalla corsa, appoggiò il gomito alla porta d’ingresso dell’appartamento per riprendere fiato. Questa si aprì cigolando. Si fermò, dubbioso. Giovanni era un maniaco dell’ordine, sempre preciso e impeccabile. Lasciare la porta aperta dopo le undici e mezza di notte non era decisamente un comportamento usuale. Che fosse il caso di attendere l’arrivo del detective? Decise di entrare, silenzioso come una mosca. Si addentrò nel buio dell’appartamento. Gli parve di vedere una figura muoversi davanti a lui. Fece ancora un paio di metri, addentrandosi nel salotto disordinato. Improvvisamente, la porta alle sue spalle si chiuse con un tonfo assordante. Lui, spaventato, cercò di fuggire in avanti, ma incespicò su uno scatolone di cartone pieno di ferraglie. Cadendo, si ferì ad un ginocchio “Giovanni…sei tu? Lurido bastardo…se…se è uno scherzo io…” la luce si accese. Marko vide un uomo sulla sessantina, in camicia e pantaloni avvicinarsi con foga. Impugnava un coltello a scatto di notevoli dimensioni. Fu sopra di lui in un attimo. Lo prese per la t-shirt e iniziò a sbraitare “E tu chi cazzo sei? Dov’è quel pezzo di merda di Marzani?” L’ingegnere cercò di rispondere, ma non vi riuscì, paralizzato dalla paura. Manzese iniziò a colpirlo in faccia con il pugno chiuso, tanto forte da farlo sanguinare. Marko stramazzò al suolo semicosciente. L’ispettore capo si sedette su uno dei divani, disperato “Accidenti, non posso lasciarti vivo. Si può sapere perché sei venuto qui stanotte? Mio dio, ora…” Una voce proveniente dalla soglia lo interruppe “Ispettore capo Manzese, non ti muovere!” Era Andrea, che puntando la pistola d’ordinanza contro il superiore avanzava lentamente. Dietro di lui spuntava il volto  stravolto di Giovanni. Appena questi vide l’amico steso per terra, iniziò ad urlare “OH NOO, MARKO, MARKOO” Andrea, senza distogliere lo sguardo da Manzese, pestò un piede a Giovanni “Mantieni la calma, va tutto bene. Ora dimmi…è lui l’assassino?” L’uomo indietreggiò di un passo “Si, è lui. L’ho visto, l’ho visto oggi…” Il detective lo interruppe di nuovo “Bene, allora esci da qui. Chiama la polizia e un’ambulanza per il tuo amico” Gio non se lo fece ripetere due volte. Uscì di corsa, blaterando i soliti insulti contro le forze dell’ordine. Andrea continuò ad avanzare verso Manzese. L’ispettore capo anziché arrendersi prese l’ingegnere in ostaggio, premendo la punta del coltello sulla sua gola “Un altro passo, e lui va a fare compagnia a quella puttana di tua moglie, capito?” Andrea non batté ciglio “Remo Manzese, ti dichiaro in arresto per l’omicidio del clochard Gil Sanchez e per il tentato omicidio di Marko Montelli. Smetti di fare il pagliaccio. È finita.” Manzese mise in mostra un folle sorriso. Stava per replicare, quando la luce del salotto cominciò ad accendersi e a spegnersi ad intervalli irregolari. Nel continuo sfarfallio, una figura in tunica e cappuccio apparve da dietro la porta. Si avvicinò rapidamente a Marko. Quando fu abbastanza vicino strinse la mano con cui l’ispettore capo brandiva il coltello, premendo la lama nella gola di Marko. Andrea avrebbe voluto premere il grilletto, ma non riuscì a muovere le dita, come paralizzato. Si sentiva incredibilmente stanco e lento. L’uomo incappucciato corse incontro al detective, per poi schivarlo all’ultimo momento, uscendo dalla porta d’ingresso. Sfruttando il momento di confusione, Andrea si gettò su Manzese. Lo colpì alla tempia col calcio della pistola, tramortendolo, poi esaminò la ferita di Marko. La lama aveva reciso l’aorta, provocando un’emorragia mortale. L’uomo esalò l’ultimo respiro tra le braccia del detective, blaterando parole prive di senso “La…mia…anima…”. In quel preciso istante, una farfalla dorata uscì dalla bocca del defunto, per poi smaterializzarsi in pochi secondi. Andrea rimase esterrefatto. Uscì in strada alla ricerca della misteriosa figura incappucciata, inghiottita dall’oscurità della notte. Il detective si sedette sul ciglio della strada, confuso. Due cadaveri, un misterioso assassino, e una farfalla fantasma. Cosa diavolo stava succedendo? Le sirene delle pattuglie e dell’ambulanza lo riportarono alla realtà.

Capitolo 6

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