Fato e Moire

Sei un uomo? Ok, il tuo destino è già stato scritto. Cosa, ho sentito male? Non sei un uomo, bensì una divinità? Beh, non preoccuparti…la situazione non cambia. Il fato rappresenta il filo conduttore che accomuna dei e uomini, superiore sia agli uni che agli altri. Dico “filo” non a caso. Le moire (o moirai alla greca) sono la personificazione del destino. Iniziamo con qualche informazione anagrafica. Tre in tutto, figlie di Zeus e di Temi (che, ricordiamolo, ha dato i natali anche alla dea Dike), danno una mano alla madre tessendo immense tele, delle quali ogni filo rappresenta un singolo destino. In questo modo, ogni eroe o divinità possiede un filamento, tagliato al momento della morte. Essendo custodi dei destini universali, nessuno può influire sul loro operato. Nemmeno l’onnipotente Zeus. Ah, dimenticavo i nomi: Cloto, Lachesi e Atropo. Spesso raffigurate nell’iconografia classica come esseri antichi, segnati dall’età. In parole povere, tre vecchie storpie che però non dobbiamo far incazzare.

Riprendiamo ora la parte conclusiva dell’articolo precedente, sulla Dike. I predecessori di Zeus, cercando di sovvertire l’equilibrio omeostatico dell’universo, sono stati spodestati. Ebbene, con l’articolo presente aggiungeremo un tassello utile a comprendere maggiormente l’andamento dell’epos. È inutile cercare di mangiare i propri figli, se ti hanno detto che il tuo destino sarà quello di essere spodestato (ogni riferimento è puramente casuale, NON INTENDO ASSOLUTAMENTE CITARE CRONO). Senza voler togliere nulla a Zeus, risulta più semplice vincere le battaglie o eliminare, diciamo, un esercito di giganti, titani e altre divinità se si è destinati a farlo.

Secondo i greci, quindi, tutto ciò che deve ancora accadere in realtà è già stato scritto. Questo, se da un lato potrebbe risultare molto comodo per spiegare eventuali sconfitte, dall’altro rende totalmente inutile ogni sforzo dei protagonisti dell’epos. Così come Ulisse è destinato a tornare in patria sano e salvo,  Orfeo sarà costretto a guardare dietro di sè la bella Euridice, appena prima di uscire dall’Ade. Una verità amara che però viene addolcita da una consolante consapevolezza: diversamente non sarebbe potuto andare.

 

Tragodia

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