La rivincita dei titani – Capitolo 4

Al, la guardia al gabbiotto alla centrale, confermò ad Andrea che l’auto di Gio era ancora parcheggiata davanti al commissariato. “Esattamente, detective. Chiamo i vigili per una rimozione forzata? Il parcheggio sarebbe solo per gli agenti” Andrea rispose che si, non era una cattiva idea. In quel modo anche se Gio fosse tornato, non avrebbe potuto lasciare la città in macchina. Mentre guidava verso la stazione, cercò di organizzare mentalmente le informazioni di cui disponeva. Perché Giovanni aveva reagito in quel modo, alla centrale? I pregiudizi dell’uomo sulla polizia erano forti e ben radicati. Che ci avesse ripensato, cambiando idea all’ultimo? In tal caso, non avrebbe avuto senso scappare. Andrea, fermo ad un semaforo, chiuse gli occhi, concentrandosi sull’ultima espressione di Gio. Paura. Dai suoi occhi traspariva un’autentica paura. Ricordava la sua pelle, pallida e lucida, sotto le forti luci della centrale. Un suono di clacson assordante lo distolse dai suoi pensieri “Ehi, deficiente, ti muovi o no? È verde!” Andrea riprese a guidare nel traffico notturno, sempre meno fitto. All’alba delle undici meno un quarto arrivò in stazione. Entrò di corsa nell’atrio. Dopo essersi identificato descrisse Giovanni alla bigliettaia, poi ad alcuni passanti. Nessun riscontro positivo. Consultò gli orari: l’unico treno in partenza utile a Gio avrebbe lasciato la stazione a mezzanotte. Un’ora di attesa. Si nascose dietro a un pilastro sul binario, in attesa dell’uomo, o della chiamata di Marko. Senza accorgersene, riprese a pensare al caso. Improvvisamente, un foglio di carta trasportato dal vento lo colpì in pieno viso. Il detective perse l’equilibrio e cadde di lato, colpendo l’asfalto con il ginocchio destro. Mentre si rialzava dolorante, prese il foglio e lo mise alla luce dei lampioni della stazione. Una stampa da poco, raffigurante una ragazza presumibilmente appena laureata, in una posizione buffa. Andrea rise di gusto, ricordando i bei tempi dell’università. Quante donne, e quante sbronze. Sospirò, accartocciando la stampa. Stava per gettarla sulle rotaie, quando si bloccò. Una stampa, una foto… “…Ma allora non mi ascolti! QUELLO STRONZO AVEVA UN DISTINTIVO MARKO, UN DISTINTIVO…” Giovanni, un attimo prima di scomparire, era rivolto verso l’ufficio di Manzese. E su quella porta, sotto la targhetta, l’ispettore capo teneva una foto di lui e della moglie, di certo non recente, ma tanto da poterlo riconoscere. Certo, per ora si trattava solo di supposizioni. Per di più, il fatto che un ispettore avesse ucciso un senzatetto in pieno giorno in un luogo pubblico sembrava folle. Andrea, però, era solito non sottovalutare alcuna prova. Spesso aveva fatto affidamento al suo intuito per venire a capo di verità inimmaginabili. Provò a chiamare Manzese, ma non ottenne alcuna risposta. Tornò in sala d’attesa, indeciso sulla prossima mossa. Se i suoi sospetti si fossero rivelati corretti, allora anche l’ispettore capo stava cercando Giovanni. E il posto più probabile dove cercare a quest’ora era a casa. Chiamò più volte Marko, senza successo. Cominciò a camminare nervosamente per la sala, controllando compulsivamente lo smartphone.

 

Manzese tornò a casa più tardi del previsto. Dopo l’omicidio, aveva camminato parecchio per cercare di seminare la moltitudine di pensieri che lo inseguiva. Appena entrò in salotto, accese la televisione. Il notiziario delle ventitrè stava trasmettendo un servizio sull’omicidio “Il corpo di un Clochard è stato ritrovato senza vita a pochi passi dal centro. Gli esami preliminari dei medici indicano l’omicidio, almeno cinque coltellate al costato, e uno alla gola. L’assassinio, avvenuto tra le sette e le otto di oggi, lascia senza parole forze dell’ordine e cittadini. Nessuna notizia dell’assassino…” . Manzese tirò un sospiro di sollievo. Non avevano niente contro di lui. Durante il servizio venne intervistata la donna che aveva trovato il cadavere, ancora visibilmente sotto shock e successivamente uno dei due poliziotti accorsi sulla scena del crimine. Manzese riconobbe subito Mike Carrera, più vecchio di lui di una decina d’anni. Il vecchio Mike, ormai prossimo alla pensione, stava svolgendo gli ulti anni di servizio nella più totale noncuranza del proprio dovere “Faremo il possibile per prendere l’assassino… il possibile…” diceva l’agente Carrera intento a lisciarsi con la mano le marcate rughe sul viso. Manzese sorrise. Avrebbe affidato il caso al vecchio Mike per non correre rischi. Andò in cucina, e iniziò a tagliare un enorme petto di pollo per la cena. In realtà non aveva il benché minimo appetito. Il suo era un gesto automatico, che continuò ad eseguire anche quando il pollo venne ridotto a minuscoli pezzettini. Si tagliò la mano sinistra, ma se ne accorse almeno cinque minuti dopo, a causa del sangue che aveva iniziato a macchiare la carne biancastra dell’animale. La sua attenzione era completamente rivolta verso il telefono. Aspettava quella dannata chiamata che arrivò un’ora dopo. Un suo vecchio amico giù al distretto aveva identificato la targa dell’uomo sulla berlina “si tratta di un tale Giovanni Marzani. Ha un paio di multe per eccesso di velocità, e una denuncia per aggressione, ma è da quasi dieci anni che riga dritto. Devo andare a prenderlo, capo?” Manzese, con una risata più che forzata, cercò di dissimulare l’autentico nervosismo che lo attanagliava “No, certo che no. È per un vecchio caso che stiamo riesaminando. Manderò qualcun altro, se necessario. Mi daresti l’indirizzo?” Una volta ottenute tutte le informazioni di cui aveva bisogno, si fiondò in macchina. Andava fatto. Non che gli dispiacesse granché per quel poveraccio. Semplicemente, si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chi sbaglia paga. La sua carriera, costellata da eventi al limite della legalità e situazioni scomode, non poteva finire a causa di un senzatetto. Non dopo tutte le volte che, compiendo atti ben più gravi, era riuscito a salvare la pelle e l’onore. Ricordava il caso che l’aveva reso celebre tra i colleghi, una rapina sventata in una piccola banca dall’altra parte della città rispetto alla centrale. Erano passati più di vent’anni, ma ricordava i particolari di quella situazione con estrema lucidità. Tre rapinatori avevano messo fuori uso le telecamere a circuito interno e avevano iniziato a minacciare l’unico contabile rimasto nella banca. Manzese, che per una coincidenza di trovava nel bagno della banca, era uscito con la pistola spianata, colpendo i primi due alla testa. L’ultimo aveva preso come ostaggio il contabile, intimando all’allora agente semplice Manzese di gettare l’arma. Senza pensarci due volte, Manzese aveva sparato cercando di colpire il malvivente, ma sfortunatamente aveva colpito l’ostaggio. Dopo essersi accorto dell’errore, aveva scaricato i restanti colpi su entrambi. A causa del mancato funzionamento delle telecamere di sicurezza, non vi era nulla che testimoniasse il suo comportamento immorale e la mancata applicazione delle regole di base dell’accademia. Nessuno obiettò quando Manzese, nella sua versione, disse di essere stato aggredito per primo, e che quei bastardi avessero ucciso il povero contabile. L’esame della balistica venne insabbiato, così come eventuali prove contro di lui. Ora, a distanza di quasi vent’anni, si accorse che la sua stessa carriera nelle forze di polizia aveva preso vita da un misto di fortuna e illegalità. Ma non gl’importava. Il rispetto, il lusso, le donne…non voleva separarsi dai molteplici piacere guadagnati. Mise in moto e premette il piede sull’acceleratore in diretto versi la casa di Marzani. L’unico testimone andava tolto di mezzo il prima possibile…

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