Capitolo 3 – L’ultimo testimone

Una volta in macchina, Andrea cercò di concentrarsi. Abbassò il finestrino e accese una sigaretta. Diede un’occhiata al fascicolo, che prima aveva letto solo di sfuggita. Effettivamente il caso sembrava di una banalità inaudita. L’affittuario, infuriato, aveva fatto irruzione nell’appartamento perché da più di due mesi ormai l’uomo non pagava l’affitto, né rispondeva al telefono. Così aveva trovato il cadavere del giovane, tale M. Otelli ancora caldo, con le vene aperte e un’orribile espressione stampata sul volto. Alcuni particolari, però, non quadravano. In casa non era stato rinvenuto nessun oggetto contundente macchiato di sangue. Come aveva fatto l’uomo a recidersi i polsi? Inoltre, nell’inventario erano stati segnalati due bicchieri sul tavolo, uno pieno di rum e l’altro completamente vuoto. Su entrambi erano presenti esclusivamente le impronte digitali del morto, così come sulla bottiglia di rum. Un gioco da ragazzi, aveva detto l’ispettore capo. “Certo, un gioco da ragazzi per chi ha letto mezzo fascicolo” borbottò tra sé Andrea. Gettò la sigaretta dal finestrino e mise in moto. Dopo la morte del padre per malattia, a Otelli non erano rimasti parenti in vita. Il detective decise perciò di dirigersi al ristorante in cui il presunto suicida lavorava come cameriere, una piccola baracca a gestione famigliare tra centro e periferia. Data l’ora, Andrea decise prima di fermarsi a mangiare un boccone nei paraggi per poi presentarsi nel locale a chiusura. In questo modo non avrebbe disturbato il servizio serale. Entrò in un bar di fronte al ristorante.

Il posto era tranquillo. Un leggero sottofondo Jazz usciva da due piccole casse sopra il bancone, rendendo l’atmosfera accogliente. Dato il basso volume musicale, era possibile origliare le discussioni dai tavoli vicini. Andrea si sedette di fianco ad una coppia di uomini. Uno di loro attirò particolarmente l’attenzione del detective: moro, occhiaie pronunciate, naso aquilino. Continuava a girarsi a destra e a sinistra guardingo. “Ehi bello, mantieni la calma” disse l’amico seduto al tavolo con lui. “Raccontami tutto da capo, però scandisci bene le parole. Sei sicuro che lo abbia ucciso?” “Dio santo, quante volte te lo devo dire?” Rispose agitato l’uomo magro “L’ha ammazzato, almeno cinque coltellate. Quel poveraccio era già morto prima di aver toccato il marciapiede” Andrea rabbrividì. Scivolò sul lato sinistrò della sedia per poter ascoltare meglio la conversazione “e poi…ha iniziato a correre verso di me…” L’amico, in abiti eleganti, cercò ancora una volta di confortarlo “Va bene Giovanni, andiamo alla polizia. Sapresti riconoscere il colpevole?” Gio prese con entrambe le mani il volto dell’amico “Gesù, Gesù santo! Ma allora non mi ascolti! QUELLO STRONZO AVEVA UN DISTINTIVO MARKO, UN DISTINTIVO! Appena denuncerò il fatto, mi faranno sparire! Tu non sai come si comportano le forze dell’ordine, qui. E poi…avresti dovuto vedere con quanta foga si è avventato su quel mendicante. No, devo andarmene, e alla svelta.” Andrea decise di intervenire prima che i due sparissero nel nulla “Ehi, amico, ho sentito bene? Stai dicendo che gli sbirri di questa fogna di città sono dei buoni a nulla?” Gio si ammutolì, leggermente spaventato. Andrea attese una decina di secondi, per lasciare il tempo ai due di comprendere a fondo le sue parole, poi riprese a parlare “Non posso che darti ragione. Io sono finito in carcere per un reato mai commesso. Hanno falsato le prove…maledetti. Fanno quello che vogliono, accidenti!” Marko percepì qualcosa di strano in quella situazione. Avrebbe voluto dissuadere l’amico dal raccontare ad uno sconosciuto un fatto così delicato, tuttavia non fece in tempo. Gio era sotto shock, completamente incapace di ragionare. Cominciò ad annuire compulsivamente, riversando su Andrea un fiume di parole sconclusionate e senza senso “Si, amico, si. Oggi ne ho visto uno ammazzare un uomo…UN…UOMO! Su un marciapiede a poche centinaia di metri dal centro. Una cosa disumana, DISUMANA AMICO! Neanche fosse in GTA” “Davvero? E sapresti riconoscerlo, quel bastardo?” “E come diavolo faccio a dimenticarmi la sua faccia?! L’ho visto AMMAZZARE UN UOMO IN PIENO GIORNO! Capisci quando ti parlo, o hai bisogno di un traduttore? E poi, chi cazzo sei tu?” Andrea sorrise ironico, mostrando il distintivo “Faccio parte dei buoni a nulla. Non rispetto quasi mai i limiti stradali e…” si guardò in giro, in cerca di un bicchierino pieno. Il bancone era poco distante, un metro e mezzo. Il barista aveva preparato due rum lisci e una sambuca con ghiaccio e mosca. Andrea afferrò la sambuca. Osservò prima i due uomini al tavolo, poi bevve tutto d’un fiato. Si pulì la bocca con la manica della camicia e aggiunse “…bevo durante l’orario di servizio. Ma non ho mai ucciso un uomo. Chiunque fosse la persona che hai visto oggi, deve pagare”.

Entrarono in commissariato all’alba delle nove di sera. Andrea non impiegò molto a convincere Gio a denunciare l’accaduto. La sua interpretazione da oscar aveva sortito gli effetti desiderati, confondendo ancora di più l’uomo, già di per sé instabile. Non si cimentava in scenate del genere dalla morte di Alice, e in un certo senso era felice di essere riuscito ad esprimersi in quel modo senza premeditare nulla “Come ai vecchi tempi, capitano!” Borbottò tra sé, estasiato. Passarono in corridoio davanti all’ufficio di Manzese “Faremo in un attimo, se mi dici tutto quello che hai visto. Lo prenderemo quel bastardo, vedrai” disse Andrea proseguendo verso il suo ufficio. Gio però non rispose. Andrea si voltò, e vide che l’uomo non lo aveva seguito. Era rimasto davanti all’ufficio dell’ispettore capo, impietrito. “Da questa parte” lo esortò Andrea. Nessuna risposta. Gio si voltò verso di lui. In quel momento Andrea ebbe modi di notare in tutto il loro splendore le pesanti occhiaie che solcavano il volto dell’uomo, quasi non dormisse da giorni “No, no…non voglio più denunciare nessuno!” Disse, e corse via. Andrea si mosse troppo tardi, perdendolo nell’intenso traffico serale. Cosa aveva spinto Gio a comportarsi in quel modo? Forse i timori espressi al bar avevano avuto il sopravvento. Il detective si sentì improvvisamente molto debole e stanco. Si accasciò per terra, esausto. Lo stomaco cominciò a gorgogliare sonoramente, come per ricordargli che da due giorni ormai non toccava cibo. Prese un panino alle macchinette della centrale, mentre scorreva le ultime news da un portale internet di un giornale locale, sempre molto preciso e puntuale. Trovò subito quello che cercava: un clochard era stato trovato senza vita, in una pozza di sangue su un marciapiede che costeggiava un rettilineo a poche centinaia di metri dal centro. Il breve articolo coincideva con la descrizione di Gio ascoltata al bar. Decise di mettere da parte il caso Otelli per dedicarsi alla ricerca di Gio. Doveva ritrovarlo, e al più presto. Prima che lo facesse l’assassino. L’uomo infatti rappresentava l’unico testimone del delitto. Uscì di corsa nel traffico, senza salutare la guardia al gabbiotto. Si diresse verso il Bar dove aveva incontrato poche ore prima i due uomini. Il barista non conosceva Gio, ma era un vecchio amico di Marko. Segnalò l’indirizzo ad Andrea senza alcuna resistenza “è un bravo ragazzo, ha lavorato qui per un paio d’anni prima di laurearsi. Ora è un ingegnere rinomato in città. Spesso è via per lavoro, ma quando torna viene sempre a salutare. Ha fatto qualcosa di male, agente?” Andrea, sorseggiando una sambuca gentilmente offerta dal barista, rispose “No…nulla di preoccupante. La ringrazio per le informazioni…e per la sambuca”. Uscì velocemente, senza dare al barista la possibilità di fare altre domande. Raggiunse l’indirizzo a piedi in una decina di minuti. Si trovò davanti a una villa immersa in un piccolo giardino. Suonò ripetutamente il campanello. Al terzo tentativo venne ad aprire Marko in accappatoio. L’odore di fumo che emanava era insopportabile perfino per lui che era solito fumare un pacchetto di sigarette al giorno. “Ah, buonasera agente. Posso fare qualcosa per lei? Com’è andata con Gio?” Andrea rispose trafelato “A dire il vero è proprio lui che cerco. Deve darmi una mano a trovarlo, e subito. È in grave pericolo” Marko scosse la testa alzando le folte sopracciglia nere “Mi ascolti. Giovanni sta passando un brutto periodo, è fuori di sé. Dare credito alle sue parole sarebbe un errore. Avanti…pensa davvero che uno dei suoi colleghi abbia ucciso a sangue freddo un uomo a pochi minuti dal centro?” Andrea, non avendo più fiato per rispondere, gli fece vedere la notizia sul cellulare. Marko non credette ai suoi occhi “Ma è sicuro? Voglio dire…non potrebbe essere una coincidenza?” Il detective si spazientì. Prese l’ingegnere per l’accappatoio e sibilò “Aiutami a trovarlo, e subito. È l’unico testimone, L’UNICO!! Se quel che ha detto è vero, anche l’assassino lo sta cercando. Per di più, se lavora in polizia, potrebbe essere facilitato nel raccogliere informazioni su di lui!” Marko scosse la testa energicamente “Va bene, mi vesto e arrivo” fece per rientrare in casa, ma Andrea lo fermò di nuovo “Non c’è tempo. Chiamalo al telefono, vai a casa sua. Se si trova lì, avvertimi. Lo porteremo di nuovo in commissariato. Davvero non capisco perché sia scappato…” Raccontò velocemente a Marko il misterioso comportamento di Gio di mezz’ora prima. L’ingegnere, nonostante l’aria confusa, parve aver compreso la situazione. Disse ad Andrea che Gio aveva parenti in una delle città vicine, raggiungibile in treno o in macchina “Bene, ci penso io. Tu vai a casa sua…il più veloce possibile. Se l’assassino aveva un distintivo, potrebbe essere uno dei miei colleghi. Non posso chiamare rinforzi, sarebbe un rischio inutile. In questo modo avremo più possibilità di prenderlo” Marko annuì, scomparendo dentro casa. Il detective si diresse verso la macchina. Appena fu in strada, enormi gocce di pioggia cominciarono a cadere dal cielo nero.

Capitolo 4

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