Capitolo 1 – Il sogno di Andrea

Silenzio. L’uomo apre gli occhi. Buio. Un odore famigliare gli penetra nelle narici. Inspira con tutta la sua forza, perché sa che presto tutto svanirà. Di nuovo qui, anche questa notte…sorride amaramente, mentre tasta l’altra metà del letto in cerca di lei. E gli basta poco per trovarla. Le accarezza le morbide spalle, poi le guance rosee. Una luce innaturale si accende, illuminandole il viso: è bellissima. I capelli biondi cadono dolcemente sui seni, le labbra carnose si muovono lentamente, senza emettere alcun suono. Ma Andrea non ha bisogno di ascoltare. Conosce quella scena a memoria, anche se non l’ha mai vissuta. La donna tace per poco, poi riprende a parlare. La voce, ora, esce limpida e chiara dalla sensuale bocca:

     <<Perché, amore mio? Perché hai lasciato che accadesse?>> 

     Andrea vorrebbe ribattere. Vorrebbe dirle che non è stata colpa sua, che non avrebbe potuto fare nulla. Ma non riesce a parlare. Come ogni volta, del resto. Allora cerca di stringerla a sé, ma lei si allontana, come attirata da un’irresistibile forza magnetica. E piange, impaurita. Lui non vuole lasciarle la mano, tuttavia qualcosa improvvisamente cambia. Il letto cade verso il basso, inghiottito da una voragine infernale. L’uomo si sente precipitare in un triste vuoto senza ritorno. Un telefono squilla in lontananza, mentre la voce di lei lo ammonisce di nuovo, spezzata da singhiozzi laceranti…

     <<Perché? PERCHÈ?!>>

Il detective si svegliò di soprassalto. Sempre il solito sogno. Da mesi ormai continuava a perseguitarlo, senza che lui potesse far nulla. Non ebbe il tempo di disperarsi. Il telefono squillava realmente. Rispose con voce mesta:

<<Ehi, chi è a quest’ora?>>

<<Sono le cinque di pomeriggio, idiota. La centrale apre alle sette del mattino. Non possiamo andare avanti in questo modo. Alza quel culo, ti voglio operativo subito!>> e riattaccò.

Andrea guardò il fascio di luce rossa proiettato dall’orologio digitale sul soffitto. Il capo aveva ragione. Le cinque di pomeriggio. Cercò di alzarsi dal letto ma perse l’equilibrio, ricadendo sul materasso. Il secondo tentativo fu più fruttuoso, tuttavia inciampò un una delle tre bottiglie di Sambuca sul parquet e cadde di nuovo. Questa volta, però, colpì con il sopracciglio destro lo spigolo dell’armadio. Il taglio per fortuna era superficiale. Si vestì al volo con gli abiti indossati ormai da una settimana: una camicia bianca e un paio di pantaloni sempre più larghi. Negli ultimi tempi aveva perso quasi cinque chili. Andò in bagno per darsi un’ultima sistemata. Lo specchio non rifletteva un gran bello spettacolo. Magro, con quell’orrendo sopracciglio ancora sanguinante. Dopo essersi pulito la ferita, applicò un cerotto troppo piccolo per coprire l’intero taglio. Tornando di nuovo in camera, prese una bottiglia di sambuca quasi vuota da terra e la finì in un paio di sorsi selvaggi. Il cicchetto del buongiorno. Percepì il vischioso liquido colare giù per la gola. Assaporò ossessivamente il gusto denso dell’anice unito all’elevata gradazione alcolica. Una vera bomba, signori miei. Sorrise, respirando a pieni polmoni.

<<Il treno è pronto a partire! In marcia, generale!>> disse, facendo il saluto militare verso l’armadio.

La centrale si trovava a circa sei chilometri da casa sua, in pieno centro città. Destreggiandosi nel traffico come un autentico pirata della strada, impiegò circa due minuti e mezzo per raggiungere la sua destinazione. Rischiò persino un frontale con dei colleghi, che invece di multarlo lo salutarono, felici di vederlo. Parcheggiò nei posteggi riservati agli invalidi per fare prima. Un vero paladino della giustizia, insomma. Scese in fretta, precipitandosi verso l’entrata. L’ispettore capo Manzese lo aspettava seduto alla scrivania, intento a scarabocchiare su un foglio bianco. La sua rozza calligrafia ricordava quella di un bambino di cinque anni…Un bambino di cinque anni…senza mani! Pensò tra sé, trattenendo una poderosa risata. Si sedette ed esclamò in tono solenne:

<<Buongiorno ispettore capo! Scusi per il ritardo, ho trovato un traffico…ma che glielo dico a fare, avrà immaginato…>> l’altro rise di gusto.

<<Dopo un po’ dovresti cambiare scusa, non ti pare?>> Andrea, non sapendo cosa dire, alzò le spalle e sorrise.

<<…ad ogni modo, sono le cinque e mezzo, e io ho un certo appetito. Andiamo a mangiare qualcosa da Paco>> lasciarono la centrale e si diressero in un bar nelle vicinanze.

Durante il tragitto nessuno dei due proferì parola. La solita cameriera sdentata li accolse calorosamente e prese le ordinazioni. Andrea non aveva mai capito perchè, ma ogni volta che Manzese aveva qualcosa di importante da dire, insisteva per entrare in quel locale. Chissà, forse per la cameriera. Grassa, vecchia. In più, le si dovevano ripetere le cose almeno due volte. A causa delle sue origini straniere non conosceva bene la lingua. Manzese le lasciava sempre una bella mancia, il ché era insolito.

<<Ah, questa crema di lamponi è eccezionale, dovresti provarla sui Muffin!>> disse l’ispettore capo, addentando la fetta di torta. Andrea abbozzò un sorriso maldestro.

<<Va bene, la proverò…>>

Manzese masticava rumorosamente. Senza accorgersene, si macchiò la scura camicia con la panna del dolce.

<<Non possiamo continuare così. Abbiamo fatto finta di niente per troppo tempo, ora basta. Ormai è morta. Lo sai questo?>> Il detective abbassò lo sguardo.

<<L’ho superato capo. Anche se a volte ritorna…>>Manzese sgranò gli occhi incredulo.

<<Guardati allo specchio! Sembri un cadavere, puzzi di sambuca, e come se non bastasse ti sei presentato con la camicia sporca di sugo! È ineccepibile!>> e indicò una macchia rossastra sul petto di Andrea. Quest’ultimo la osservò attentamente, cercando di ricordare quando mai avesse mangiato pasta al sugo di recente <<Oh, no capo. Non è pomodoro. Sono scivolato stamattina e mi sono tagliato. Dev’essere schizzato un po’ di sangue sulla camicia!>>.

Manzese cominciò a far su con la forchettina le ultime briciole rimaste nel piatto, le ingurgito e con la bocca impastata dal cibo sibilò:

<<Stamattina? Intendi oggi pomeriggio?>> Andrea annuì sorridendo.

Manzese divenne improvvisamente serio. Mise il piatto da parte e si avvicinò al detective salendo sul tavolo con il busto.

<<Bello, qui nessuno sta ridendo. Datti una sveglia, o ti mando a pulire i cessi degli autogrill. Ora, ci hanno affidato un caso semplice. Uno stronzo si è suicidato in pieno centro la scorsa notte. Troverai il fascicolo coi dettagli sulla scrivania. Devi solo interrogare alcuni conoscenti del defunto, un gioco da ragazzi. Tre giorni di tempo>> detto questo, si alzò lentamente e aggiunse:

<<Non ringraziarmi. Paga il dolce, e siamo pari>>.

Il detective rimase a guardare dritto davanti a sé per almeno cinque minuti. La cameriera grassa e sdentata gli chiese se aveva bisogno di qualcosa.

<<Si, forse del cianuro…>> la donna non parve capire.

<<Cianuto? Si…adesso chiede…>> lui non la fermò. Almeno qualcuno, di là in cucina, si sarebbe fatto una risata.

Lasciò i contanti sul tavolo e tornò alla centrale per esaminare il caso. Condivideva l’ufficio con altri due colleghi, che data l’ora erano già a casa da un pezzo. Prese a leggere il fascicolo. Come aveva detto Manzese, nulla di ché. L’uomo si era suicidato nel suo appartamento, poco lontano dal centro. Dato che non aveva nulla da fare, decise di dare un’occhiata alla scena del crimine. Prima, però, entrò in un bar e ordinò una sambuca doppia con ghiaccio e mosca. Il cicchetto delle sei e mezza non poteva aspettare…

Capitolo 2

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