Si scrive tragedia, si legge universo – parte 1

Prima di affrontare l’interrogativo posto nello scorso articolo , risulta fondamentale presentare almeno sinteticamente le numerose tematiche insite nella tragedia greca. In questo articolo chiarirò brevemente le più ricorrenti. In tal modo, chi avrà impegni inderogabili (partite a fifa, aperitivo con le amiche, champions league, games of thrones, etc..) potrà saltare direttamente al prossimo articolo, mentre per i secchioni inserirò degli approfondimenti per ogni singola tematica. Cliccando sui titoli dei paragrafi successivi, verrete reindirizzato alle pagine di approfondimento.

Tragedia e mito greco

Come afferma Simone Pomara “Epos e tragedia sono come due imponenti sistemi montuosi, collegati fra loro da una serie infinita di catene minori…”. E come dargli torto? Di fatto, la quasi totalità dei personaggi principali della tragedia sono stati a loro volta personaggi mitici. Se dovessi spiegare a mio nonno con parole povere il legame mito-tragedia, direi che le tragedie spesso rappresentano un sequel del mito (si, mio nonno conosce il significato della parola sequel). Aggiungerei anche che la superiore caratterizzazione psicologica dei personaggi renderebbe più semplice un coinvolgimento degli spettatori (spettatori, non lettori. Ricordiamo che la tragedia fu un genere teatrale). In questo modo, è possibile sostenere che le leggi implicite che governano il mondo mitico siano le stesse anche nelle vicende narrate dai tragediografi. Passiamo ora ad illustrare le più significative.

Hybris

Ed ecco a voi la Hybris (leggetela pure ubris, alla greca). Tradotta letteralmente con il termine “tracotanza”, indica una colpa della quale un mortale o una divinità minore si macchia, nei confronti degli dei. Atti di Hybris comuni sono comportamenti arroganti, il mancato riconoscimento dell’autorità divina. Quando Ulisse, nell’Odissea, acceca il ciclope Polifemo, commette un atto di ubris. Perché il buon Polifemo è figlio di Poseidone, annoverato fra gli dei più influenti sulla scena olimpica. Un altro atto famoso di Hybris è l’inganno del titano Prometeo nei confronti di Zeus.

Nemesis

La naturale conseguenza di un atto di Hybris è la Nemesis, la vendetta divina. Non sfidare gli dei, a meno che tu stesso non sia un dio. Zeus può farne di tutti i colori senza essere punito, perché rappresenta il punto più alto nella gerarchia olimpica. Egli elimina suo padre, inghiotte la sua prima moglie e tradisce la seconda un’infinità di volte senza conseguenze. Ma cosa succede ai mortali o alle divinità minori? Beh, Prometeo finisce incatenato nudo ad una rupe, lasciato alle intemperie. Come se non bastasse, ogni notte un’aquila gli fa visita per squarciagli il petto, e mangiare il suo fegato. Tutto questo, diciamo, per l’eternità (e già, ragazzi. Infatti, il fegato del titano ricresce ogni notte. Chi sa che palle l’aquila, però. Ogni giorno lo stesso menù). E invece, Ulisse? Per aver accecato Polifemo, viene “costretto” a rimanere anni su un’isola deserta, lontano dalla patria, in compagnia della dea Calipso. Che sfiga, però. Povero Ulisse. Confinato su un’isola che ricorda vagamente il giardino dell’eden. Senza dover mai lavorare. Con una figa spaziale. Secondo voi l’avrà raccontato alla moglie Penelope, una volta tornato in patria? Io non credo.

Tragodia

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