Hybris

Come brevemente accennato nell’articolo principale, il termine indica la superbia, la tracotanza di esseri mortali o divinità minori nei confronti degli dei olimpici. Secondo gli antichi greci, la grandezza dell’eroe sta nella consapevolezza dei propri limiti mortali. La pena? Un’eternità ricca di stenti. In questo approfondimento, però, ci soffermeremo sui singoli peccati di Hybris, non sulle conseguenze. Esse verranno trattate nel secondo approfondimento, relativo alla Nemesis.

Ulisse sull’isola del ciclope

L’eroe Omerico Ulisse (propriamente detto Odisseo) arriva sull’isola del ciclope Polifemo, che per dargli il benvenuto lo intrappola nella sua caverna e inizia ad uccidere i suoi compagni, per mangiarli esclusivamente crudi. Allora Ulisse ricorre ad uno dei suoi tratti distintivi: la Metis, l’intelligenza dedita all’inganno. In un primo tempo si presenta con il nome di “Nessuno”. Quando poi capisce che al ciclope non dispiace alzare il gomito, offre in dono un vino squisito, ottenuto da avventure precedenti. Polifemo mangia un altro paio di compagni di Ulisse, poi beve tutto il vino e si addormenta. Nel mentre, l’eroe di Itaca fa preparare due enormi pali di legno e acceca il ciclope nel sonno. Quando questi si sveglierà, aprirà la caverna incapace di vedere, permettendo all’eroe di Itaca e ai suoi compagni di fuggire. Ora, la situazione risulta complicata per il ciclope, che si rivolge al padre Poseidone dicendo: “Nessuno mi ha accecato”. Una bella genialata, quella dell’eroe greco. Prima di salpare, però, Ulisse compie il gesto che segnerà per sempre la sua sorte. Gonfio di superbia, rivela a Polifemo la sua vera identità. Con tanto di nome suo, di suo padre, epiteto e indirizzo (non è uno scherzo, andatevi a leggere il passo originale dell’odissea). Questo è il peccato di Hybris più grave, che assieme all’aver accecato il ciclope, rappresenterebbe una condanna alla sofferenza eterna. Non per Ulisse. Perché è un raccomandato, spondato da una certa Atena. E dici poco.

Prometeo, tra umano e divino

La storia di Prometeo è differente. Egli è un Titano, e per certi versi è accumunato alla figura di Ulisse per un tratto distintivo…indovinate un po’? Esatto, la metis! Anch’egli ricorre all’inganno, nel suo intento per avvantaggiare l’umanità. Prometeo viene incaricato durante un banchetto di dividere un bue in due parti. Successivamente, Zeus avrebbe dovuto sceglierne una, lasciando l’altra agli uomini. In questo modo sarebbe stato decretato quale parte della bestia gli uomini avrebbero dovuto sacrificare agli dei, e di quale invece avrebbero potuto usufruire. Per l’eternità. Quell’instancabile burlone di Prometeo confeziona a dovere le due parti: una con un invitante strato di grasso esterno, ma piena di ossa. L’altra, invece, con orrenda pelle scuoiata all’esterno, ma ripiena della succulenta carne dell’animale. Zeus, probabilmente poco sobrio date le circostanze, sceglie la parte invitante. In questo modo agli dei vanno le ossa, agli uomini la carne. Una bella beffa. Inutile dirlo, Zeus perde le staffe. Non contento, Prometeo decide di peggiorare la sua decisamente non ottima situazione rubando il fuoco alle divinità per donarlo agli uomini.  Anche in questo caso il peccato di Hybris è duplice. Sicuramente più severo rispetto agli atti compiuti da Ulisse. Non dimentichiamo che la Metis è appannaggio esclusivo di Zeus. Metis è la prima moglie del padre degli dei, che può trasformarsi in ogni cosa. Zeus, così, le chiede di trasformarsi in una goccia d’acqua e la inghiotte. In questo modo egli assimila l’intelligenza dedita all’inganno. Prometeo è riuscito nell’intento di ingannare Zeus in persona, battendolo con la sua stessa arma. Per questo se la passerà maluccio per circa tredici generazioni, poi liberato da Eracle (la liberazione del titano viene recitata nel “prometeo liberato” di Eschilo).

Tragodia

6 thoughts on “Hybris

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