Che tragedia! E adesso?

La parola tragedia viene spesso usata nella quotidianità per indicare eventi sventurati, con accezione del tutto negativa. L’utilizzo del termine in questione con significato esclusivamente negativo risulta estremamente riduttivo e, perché no, anche offensivo nei confronti degli antichi greci, che vissero la tragedia con innata passione. Ma andiamo con ordine, prima le cose pallose. Etimologicamente la parola tragedia deriva dal greco (scommetto che questo l’avevate intuito), dall’unione di due termini: tragos (capro) e odìa (canto). Letteralmente, “il canto del capro”. Il perché di questo nome bizzarro sfugge anche alle menti più brillanti che si sono adoperate nello studio della cultura greca. L’ipotesi più accreditata riguarda il sacrificio di un capro che avrebbe accompagnato il canto delle opere dei tragediografi. Il capro è simbolo di Dioniso, del vino, delle aspre forze della natura. Un probabile richiamo alle umili origini delle forme di teatro greche, nate dai festeggiamenti agresti. La tragedia si impone come genere teatrale nel V secolo a.C., mese più mese meno. Ora voi direte “scusa amico, ma cosa c**** me ne frega, io sono venuto qui per una lettura leggera, e tu mi fai una noiosa lezione di storia!”. No, carissimi lettori, lungi da me. Non sono un professore, ma un amatore. E come tale, cercherò di trasmettervi la mia passione. La data dell’origine della tragedia come genere teatrale è importante, per farvi riflettere. Tra tutti i temi trattati da innumerevoli autori, perché dopo millenni è arrivato a noi il significato più catastrofico? Nei prossimi articoli cercheremo di dare una risposta a questa domanda di certo non semplice. Approfondiremo inoltre alcuni temi ricorrenti utili a comprendere lo sviluppo delle vicende e dei personaggi nelle nostre pubblicazioni. La prossima settimana, ve lo prometto, parti pallose al minimo.

Tragodia

 

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